
Te lo dico adesso, solo a te: andai a trovarlo. Da tempo non avevo più sue notizie, a meno di non considerare tali i pettegolezzi non verificati che crescono sulle assenze. Stava in una poltrona di vimini sotto un pergolato.
Come mai non ti sei più fatto vivo, chiesi.
E tu e voi, rispose.
Io sono qua, aggiunsi, già un po’ in colpa.
Mi sedetti su una panca di sasso al sole, di fronte a lui. Parlò dopo un lungo silenzio.
Ho fatto molte cose, cercando anche compromessi che mi dessero uno spazio di libertà. Da giovane, lo sai anche tu, il senso comunitario animava il mio cuore, mi sembrava che non potessi vivere senza altre persone che da un lato godessero della mia presenza e che dall’altro mi nutrissero l’anima. Quando cominciai a capire che non erano che gabbie me ne andai da dove ero sempre vissuto, per vedere da lontano il mio passato e tenerlo a bada. Ho cominciato così a creare da solo le cose a cui tenevo e in cui intravvedevo il mio posto nel mondo. Sono stati anni proficui durante i quali ho costituito la libertà di spirito, ma ancora qualche compromesso resisteva: l’aiuto, il cibo, la materia, l’amore, l’amicizia. Ogni dare conteneva un avere e sempre era delusione. Dunque, ho ridotto fino a quasi nulla le esigenze e le povere ambizioni. Ma per farlo ho dovuto allontanarmi ancora un po’. Fino a qui, sotto a questa pergola inselvatichita che mi regala ombra senza niente in cambio, su questa poltrona sfatta che nessuno vuole, dentro questi abiti smessi. Il mio stomaco non brontola, il mio sangue rallenta, le idee sono placide, le ambizioni sono svanite. Anche le parole sono sempre più rade, come le notizie. Vivo per un’utopia, quella di sapere sempre meno fino al silenzio. Probabilmente questo è il mio ultimo discorso. Fanne quello che vuoi, ma non chiedere più nulla.
Non gli strinsi nemmeno la mano.
Forse è morto, ma non l’hanno ancora trovato e, se posso dire la mia, non lo troveranno mai. Io non lo cerco.
gene
Postilla
Immaginare il nulla è altrettanto difficile che concepire il tutto.
Roberto Gervaso
