Si muove il giusto, il Bandereta, preciso. Occhi attenti al gioco, orecchie aperte al
pubblico sparuto assiepato dietro di lui. Nel quale c’è il nipote al quale, al ventiduesimo del primo tempo, spaccato, ordina di portargli una birra, quella da mezzo però (mezzo litro). Il Bandereta si ristora quattro volte a match: al fischio d’avvio, a un quarto, a metà e all’ultimo quarto. Totale finale, due litri. I bianchini delle dodici e trenta non contano e dopo, nella sera, è libero da impegni agonistici e si riempie come gli garba. La divisa non è ufficiale, nell’ultima serie il compito è volontario e lui è lì da trent’anni, imperterrito e esperto. Gli è capitato di dirimere situazioni complicate, colpendo qualche giocatore riottoso col manico della bandierina, ma normalmente gli basta la sua allure per calmare gli animi. Il nipote gli porta la birra che lui tracanna per metà dopo aver sbandierato un fuorigioco (opsai, nella lingua locale) piuttosto inesistente ma che nel dubbio si segnala sempre, per stare un po’ nel vivo della contesa.
Alla pausa non discute con il pubblico, che considera superficiale e/o ottenebrato dalla parzialità. Nel secondo tempo, finita la seconda birra, attende gli sviluppi facendo ampi cenni d’intesa all’arbitro, che però non raccoglie ma fa niente. Appena prima dell’ordinazione della quarta birra, attorno al ventesimo quindi, entra in campo per sedare un parapiglia menando fendenti dimostrativi. Trafelato, aspetta lo scoccare dell’ultimo quarto e ordina al nipote. Tracanna, ripone la bottiglia mezza vuota contro la staccionata e si perde il gol decisivo, che tenta di annullare per un fallo mai commesso da nessuno. L’arbitro convalida e allontana il Bandereta. Un’onta mai subita. Se ne va con l’attrezzo sotto braccio, mormorando parole incomprensibili. Passa al negozio, si compra un cartone di birre e se le scola a casa, offesissimo. Non segnalerà più niente per sempre, nemmeno di sentirsi male prima di morire.
gene
Postilla
Fedeli alla linea
g.
