tuttologia in direzione contraria

La primavera

Con tutta la merda che gli avevano messo dentro si sentiva con un piede nella fossa. Non aveva più guardato un campo da quattro mesi, intontito e insicuro. Il coach gli aveva telefonato agli inizi di marzo dicendogli che aveva bisogno. Nessuno sapeva niente e quando gli chiese come stai butto lì un bene.
La sera della partita si cambiò come sempre, ma si sentiva indebitato, neanche i pantaloncini e la maglia fossero un prestito oneroso. Pensava di starsene in panchina, ma il coach non era di quell’idea e gli disse di piazzarsi in mezzo alla difesa. Difesa di cosa? Della squadra o di se stesso che di difese ne aveva meno di sempre?
Era stato un periodo catastrofico, aveva perfino accolto le proposte di una tipa che non sapeva niente di niente ed era andata discretamente, ma poi si era angosciato e aveva lasciato perdere. Mangiava poco, era magro come un atleta, ma dell’atleta aveva solo quello. Incertezze moltiplicate a centomila, tanto da leggere nei volti sconosciuti una specie di indagine che solo la sua mente vedeva. Scendere dal tram era come tuffarsi dal trampolino da dieci, salirci un everest.
Quando l’arbitro fischiò gli trapanò le orecchie, come facevano all’ospedale con gli aghi nelle vene. Aveva finito il ciclo di veleno da una settimana e ora cominciava quella roba lì, la difesa del cazzo.
Per qualche minuto, nessun avversario si era presentato dalle sue parti e lui aveva toccato due palloni semplici solo all’apparenza. Poi, ingobbito da una velocità supersonica, il sette avversario si era lanciato verso una palla inutile che si stava per perdere nell’angolo e anche lui partì, sentendosi lentissimo. Arrivarono praticamente insieme e il colpo del contrasto gli parve una cannonata. La palla però ripartì da dove era venuta, bellissima, e l’ingobbito finì due metri più in là. In piedi, si tirò fuori il piede dalla fossa e sentì di nuovo il profumo della primavera.

gene

Postilla
Persi o no, siamo ancora in piedi.
Liga


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