
Oggi è il Primo d’aprile, la festa dei pesci, e sarebbe stata la data d’uscita del mio romanzo Merluz Vogn. Ma il virus ha colpito anche la fauna ittica e allora, in combutta con Gabriele Capelli, l’editore, l’abbiamo messo in acqua da una decina di giorni e se la sta cavando, quasi in solitaria.
Vorrei parlarvi di lui, del romanzo cioè, e del senso che un tempo così eccezionale potrebbe aver già modificato. Non nella mente dell’autore, ma nella percezione del lettore. Avevo scritto questo testo nel pieno della follia di un mondo teso al consumo sfrenato delle risorse naturali e umane del pianeta allo scopo di incamerare ricchezze a scapito del progresso e con grave danno per le presenti e le future generazioni. Ferita gravemente, l’immaginazione, che solo fino a pochi mesi fa offriva letteratura del presente, con fughe prima innocue e ora inutili nel giallo di ispettori detective assassini e risoluzioni, si è inaridita e cerca nutrimento ormai quasi solo nel provare a capire cosa sarà di noi dopo questa crisi planetaria. Non ci provo: la mia opposizione alla letteratura imperante e alla massificazione completa si è già materializzata, inconsapevolmente fino a qualche settimana fa, in questo romanzo, che tratta di un mondo passato, ma che qualcuno ha già definito fantascienza.
Cominciai a scriverlo – un anno fa, ma è passato remoto e da qui il tempo verbale – cercando di sfuggire alla gabbia della trama-a-tutti-i-costi, così necessaria secondo le linee editoriali che vanno per la maggiore, affidandolo a un visionario puntiglioso come Capelli che invece andava (e andrà) alla ricerca di voci controcorrente.
Con l’aiuto del mio amico Gian, che mi ha fatto da editor oltre che da compagno di viaggio, ho provato a fare in modo che la storia emanasse tutta la forza possibile dai suoi personaggi, i quali non seguono un filo narrativo coerente, ma impongono invece la loro vita e vitalità a dispetto del mondo circostante: il paesino diventa continente, l’avventura diventa epopea, le regole squadernate, i dolori condivisi, le gioie collettive.
Non ho operato scelte linguistiche definite (non ne sono capace), ma ho lasciato fluire una specie di gergo direttamente dagli interpreti, a partire dall’Io narrante e giù giù fino alla comparsa di due righe. Ci sono parti in dialetto funzionali e oscure che risuonano come musica atavica, che poi si sciolgono in un italiano spurio, espressione di fanciulli che a volte non capiscono nemmeno le loro stesse parole, per non dire dei sentimenti. Ogni azione e gesto contengono un’innocenza per la quale ogni capo d’imputazione risulta vano: è così e basta. Furti, calci, bugie e liti sono necessari quanto carezze, empatia, amicizia e solidarietà. Un mondo che già nella genesi era diverso dal presente di due mesi fa e che oggi ottunde anche me, proprio come se mi trovassi davanti agli occhi e dentro al cuore un’ipotesi di futuro (che ingenuamente spero sia un futuro molto prossimo). È la nostalgia dello spazio, non quella del tempo.
Merluz Vogn si appoggia su due gambe, assenza e presenza, e avanza a passo vertiginoso nel tempo ridotto di un’estate. Un’andatura così sicura e al contempo così goffa che il riso si sovrappone al pianto e viceversa.
Non so quanto possa divertire o attrarre. Di certo, il lettore capace di estraniarsi dalla realtà ne trarrà piacere, mentre quello in balia della terribile quotidianità lo troverà futile o, forse, addirittura irritante. Però non so, tutto è incerto.
Il Merluz Vogn nuota per adesso in acque tranquille, con le librerie chiuse, ma aspetta le rapide per far vedere quanto sia abile e libero nel suo mondo irreale. Che comunque rischia di essere più bello della realtà. Del resto, cos’è la letteratura se non dare vita all’ignoto? È scivolata di mano anche a me, proprio come un pesce d’aprile.
Giorgio Genetelli
