Accudire, trasmettere dagli stadi, battere il ferro in istituto. I lavori di noi tre. Non si può: case chiuse (non in quel senso), sport ibernato, atelier deserti. Il governo ha stabilito con dovizia di argomenti e spiegazioni che le sorti progressive passano per una sola e iconica frase: State a casa. Spesso con il punto esclamativo. Un programmone.
Del resto è il sogno di tutti i governi, la reclusione dei cittadini e l’ubbidienza agli imperativi semplici: State a casa (cazzo, magari). Consiglio, invito, imposizione. Condanna morale, sociale, materiale. Riprovazione. Pubblico ludibrio. Multa. Mancano ancora gli arresti domiciliari… Ah no, scemo.
Noi siamo in tre a domicilio, in un quartierino di quattro case. In due delle altre stanno giovani famiglie con bambini, nella terza due pensionati germanici che sono spaventati come in guerra (mmm… tedeschi in guerra… mmm).
Verso le undici, immagino forse dopo telelezioni guidate, o per le coccole delle mamme (e ora anche i papà, urca), i quattro bambini delle due famigliole si riversano nel piazzale a furoreggiare.

Noi siamo io, la Maddalena e il Meo, che per così tanto di fila tutti e tre assieme non siamo mai stati ed è bello.
All’impazzare dei bambini, il Meo si piazza dietro il vetro della porta principale e dice preoccupato: I bambini sono matti. Quando io, che passo ore sul divano in garage a cercare frasi tra le carte del solitario elettronico, apro la porte per rientrare quasi immancabilmente schiaccio un piede al Meo che, stoico, fa finta di nulla.
L’altro giorno, nel pieno pomeriggio dilavato da un sole splendente e ricamato dai canti degli uccelli (Finalmente liberi, cinguettano, lo so, me l’ha detto il picchio rosso in alfabeto morse), il Meo si è piazzato sull’uscio aperto, a piedi nudi come sempre quando è in preda ai suoi blocchi, intanto che i bambini spadroneggiavano in tondo, come a Indianapolis, passando dalle bici ai monopattini alle macchinette pedalanti. A volte a piedi. Un vortice. Urla di sfida, di trionfo, di gioia, di scherno. Capricci. Declamazioni di superiorità e di sfida. Concessioni forzate. Pianti, a turno.
E il Meo, fremendo sulla soglia, in apprensione, a esclamare in ripetuta sequenza:
Piano!
Lontano!
Sono matti!
Cervello!
Più qualche parolaccia che, certamente secondo la Maddalena, ha appreso da me.
La Maddalena – lo conosce in un modo così misterioso che io non ho ancora saputo svelare, e mai credo – ha detto che secondo lei sono emozioni troppo forti per lui. Io ho opposto che invece avrebbe potuto fargli bene sul suo cammino accidentato verso le relazioni.
Aveva ragione lei: quella notte il Meo lanciava nel sonno le sue inquiete raccomandazioni:
Piano!
Lontano!
Sono matti!
Cervello!
Però, il giorno dopo è tornato ad appostarsi, scagliando le sue grida, ma ridendo.
Avevo ragione anch’io dunque, che in reclusione la ricerca della ragione è necessaria quanto l’aglio l’olio il peperoncino. Per stare in equilibrio, s’intende.
C’è l’idea che le cose andranno per le lunghe, a sentire le conferenze contrite del governo, maschere e mascherine per la soddisfazione del controllo totale (presunto, nessuno si illuda).
Per resistere e opporsi, il piazzale continua a essere una piazza, le distanze socialmente ottime a causa del rombare dei bolidi in eterno movimento.
Ci si ribella così e voglio proprio vedere come faranno a convincerci, quando sarà il momento, di ricominciare a produrre, ma senza abbracci, tutti belli composti. Accudire, trasmettere dagli stadi, battere il ferro in istituto. Me la vedo proprio ‘sta cosa. Che non funzionerà neanche con gli avvertimenti del Meo:
Piano!
Lontano!
Sono matti!
Cervello!
gene
Postilla
Mi ribello; dunque esisto.
Albert Camus
