
Un giovedì come questo qua di oggi il Sergio ci aveva tolti dalla bottega, il Cicio e me, per ingaggiarci nella sua aia a sgomberare ramaglie e pietre cadute dai muriccioli.
Occorre premettere che col Cicio era un continuo sbeffeggiare alle spalle del capo, guardandoci bene dal farci prender via. Eravamo apprendisti, cercate di capire a quanta libertà dovevamo rinunciare stando al chiuso a piallare e a segare. Ci ritagliavamo quindi dei momenti di sberleffo, anche perché il nostro capo era piuttosto severo e incalzante (per farci smettere di chiacchierare allo stesso banco, ci separava spedendo uno di noi all’altro capo del magazzino, usando l’invariabile ingiunzione: Sgiugu da sto cò! Gioca da questa parte).
Ci spediva di rado nell’aia, il Sergio, primo perché non “rendeva”, secondo perché credo temesse qualche trucco. Era successo una volta che, come nel giardino dell’Eden, avesse lasciato una sola mela sulla pianta ben oltre la data del raccolto. Forse per studiarne la resistenza alla caduta, o per richiamare lì i merli e abbatterli a fucilate, o chissà perché. Fatto sta che la mela rosseggiava sull’albero spoglio e, mentre usciva dal cesso, al Cicio venne la tentazione di mangiarla. E lo fece. Il Sergio invece mangiò la foglia non appena si accorse del peccato e chiese chi di noi due fosse stato, ma ovviamente non era stato nessuno e la mise via mentre noi si stava per finire a crepapelle nel riso.
Così, quel giovedì, ormai dimentico della mela, ci chiamò fuori e ci affidò sega e roncola per sminuzzare le ramaglie, e mazzotti per ingentilire i sassi da caricare poi nella carriola che lui avrebbe guidato per trenta metri come un macchinista eroico, fino al mucchio ordinato dall’altra parte dell’aia.
Il giorno dopo sarebbe stato un venerdì, santo per alcuni, non per noi tre che a quelle cose lì non si credeva, e non si crede nemmeno adesso, penso.
A un certo punto, il Sergio ci offrì il caffè nella sua cucina, più che magnanimo e disposto anche a raccontare una delle sue storie pervase da un senso dell’umorismo che si può apprezzare in pieno solo se si è nati e cresciuti in una piccola comunità dove tutti conoscono tutti fino agli antenati di tre generazioni prima. Momenti di spettacolo, chiusi dal Sergio stesso che sancì la ripresa dei lavori.
Quando uscimmo, alla vista della carriola, l’umore del capo si capovolse: aveva la ruota a terra, l’infingardo mezzo. Ci un silenzio di una decina di secondi, per raccogliere le idee e permettere al Sergio, piuttosto paonazzo, di proferire l’immortale invettiva, alzando gli occhi in un punto preciso del cielo: Ma doman te crapa veh!
gene
Postilla
Pasqua di resurrezione? La ruota è a terra ancora adesso.
g.
