tuttologia in direzione contraria

Da Maratona per niente

La maratona era la gara più attesa dei primi Giochi olimpici e intendeva essere la rievocazione sportiva di un evento epico: la corsa di Fidippide (o Filippide, secondo le fonti) dalla città di Maratona all’Acropoli di Atene per annunciare la vittoria sui persiani nel 490 a.C.

Che incombenza… Era meglio continuare a prenderle e a darle con quei persiani puzzolenti, piuttosto che dover fare questa corsa vestito di ferraglia da capo a piedi. Neanche il mio nome indovinano, che è Fidippide, ma non so se per vergogna o cosa, mi chiamano Filippide, forse perché sono fascinoso e le donne me la danno.
O meglio, me la davano.
Da quando è in ballo questa guerra, di donne non ne accarezzo mai e per di più mi tocca anche scansare le circuizioni della soldataglia che in mancanza di filippa punta al retrobottega, come se fosse una moda.
Il comandante Milziade mi ha dato l’ordine, ma lui non ha mal di milza come l’ho io adesso. Mi sa che ho bevuto troppa acqua, pensandomi cammello. Appena finito di prendersi a botte con i persiani, mi ha convocato nella sua tenda e mi ha detto, in greco antico: – Va ad Atene e digh a tucc c’am veisgiù!
Vinto cosa, non so.
Sono magro come un giunco, ho fame, ho sonno e di giacigli con femmina incorporata non ce ne sono. Ho bevuto prima di partire, acquaccia intrisa di laudano, che oltre alla milza mi infiamma anche i pensieri. Rivedo corpi smembrati e bocche urlanti, polvere e rumore di ferro cozzato. Nelle narici ho l’odore della morte, negli occhi la distesa di corpi sotto il sole sferzante, che non si capisce più se siano dei nostri o dei loro. Che poi siamo tutti uguali e ci mandano al massacro stando seduti a mangiare uva e vino resinoso, al fresco dei palazzi, con una corte di flaccidi parassiti che non hanno erezioni neanche se glielo menassero per giorni.
Corri cretino, poi si vedrà.
Non so da quante ore corro, ma sempre più gente mi saluta e mi incita. Tra loro, nelle nebbie della fatica, scorgo ragazze innamorate di me: quando tornerò indietro da questa incombenza del cazzo vi amerò tutte, tutte insieme, poi una alla volta, poi a coppie, a quadriglie, a centurie. Sento il cuore che si gonfia, di gioia e di fatica.
Alla fine di questa pianura incosciente scorgo i palazzi. Raddoppio lo sforzo, con le fauci come braci, i muscoli che gridano.
Dentro le mura, e poi salendo le scalinate, fino all’Acropoli, dove il consiglio dei saggi se ne sta in vacanza calcinato anch’esso, riesco a pensare che di certo mi daranno una ricompensa, magari tornare a casa.
Cado in ginocchio col fiato che scivola a terra senza rumore, ma non vorrei maledizione, davanti al consiglio intento al retsina, vinaccio che piace proprio solo ai ricchi e alle loro concubine sceme.
– Am veisgiù… – esalo.
Non battono ciglio, nella pesantezza della digestione.
Esco e quel pletro scarso è più lungo delle otto parasanghe persiane fatte di corsa. Nello splendore del sole greco, sotto il colonnato, un ultimo afrore di donna, inafferrabile, mentre mi appoggio con la schiena al marmo bianco e immortale, lui sì.

gene

Postilla
L’importante è partecipare? No.
g.


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