A mia madre

(…) Le discussioni con Odette si fecero furiose, Olimpia piangeva in camera tutte le notti, ma il mattino ripartiva con una luce ribelle negli occhi. Adorava la grande musica americana, Billie Holiday e Nat King Cole. Più avanti si infatuò di Buscaglione e Modugno. Quando, già sposata e esule oltre il fiume, morirono in pochi mesi Tenco e poi Meroni, impareggiabile ala libertaria del Torino e chissà perché suo idolo, esibì un lutto manifesto e impenetrabile. C’ero già io a quei tempi e con lei andavo al Bar Sport del suo paese natale, che Paolo aveva comprato ma al quale non si dedicava anima e corpo, delegando qua e là la gestione di quel posto. Olimpia ci andava il mercoledì pomeriggio e il sabato, tirandomi dietro come una borsa. A piedi attraversavamo campagna e bosco, ponte, ferrovia e stradone e mentre lei distribuiva sorrisi e caffè, io mettevo Battisti e Celentano al jukebox, leccando gelati e ascoltando gli incomprensibili discorsi dei grandi.
Un giorno decise di imparare a guidare la bicicletta, cosa che fino ad allora era stata totalmente impensabile. Si prese una Graziella, un mezzo per bambini che devono mettere piede a terra facilmente. Cento giravolte nel prato dietro casa, molte cadute e la costituzione di uno stile funzionale, ma precario. E via al Bar, io davanti e lei dietro.
Una volta cadde rovinosamente finendo contro le barriere bianche e rosse del passaggio a livello. Si alzò sbucciata e affranta, ma rimontò in sella e ripartì in lacrime furiose. Per lei la bici era una conquista, non avrebbe ceduto mai.
Marta tentava ogni volta di dissuaderla, e ogni volta Olimpia rispondeva che la bici le piaceva. Era fatta così, quando s’incamminava in una scelta non tornava indietro. Anche quando si ammalò decise di continuare a vivere come prima. Tre giorni prima di morire, era ancora in equilibrio sul davanzale della cucina a strofinare i vetri. Cadde, si rialzò, si ripulì, andò a letto e attese la fine. E io con lei, seduto di fianco a coglierne pensieri e respiri. L’ho amata disperatamente. (…)
At vedi adess
che te varda foro dala finestre
con la paja in boco e i ecc lusenn
al so mighi parché
e a pensi
che sense da ti
a podres mighi scampèe
gene
Postilla
Fa mighi trabulèe al pa’ che pou al mangia in prese dal nervoos
Olimpia
