tuttologia in direzione contraria

Janos dice che siamo fottuti

Il secondo giorno di libertà vigilata Janos la passerà in giro come ai vecchi tempi. Il primo giorno no perché pioveva, ma il martedì la luce è magica e lui è pronto già dalle sei: un grande giro da Maggia a Lugano, mezzi pubblici strade piazze, come se niente.

Ma già il cafferino al Trifoglio inceppa un po’, con l’Ilvo a servirlo da sotto una visiera come quelle delle motoseghe e i frequentatori abituali muti e distanti, alcuni con la mascherina abbassata come in sala parto, ma non si partorisce che un bel mah. Due parole su cosa è meglio fare in merito a non si sa cosa, poi per fortuna arriva il bus e di buono c’è che non si paga il biglietto. Janos saluta a voce alta, non rispondono, nemmeno il Moro che gioca a scacchi col telefonino ed è preso.

In stazione a Locarno, nessuno che parla con nessuno, nessuno che guarda nessuno, e al saluto fanno finta di avere un chiodo nella scarpa.

Sul treno, forse dieci persone, una per vagone e, se si potesse, qualcuno sul tetto a rischio fulminazione pur di star distanti. Janos, impressionato, tira fuori il disinfettante e ne beve un goccio, come ha suggerito qualcuno che ne sa.

A Giubiasco, cambio di binario a testa bassa e in slalom (sono infidi anche i cani). Janos, già sul treno per Lugano, si rende conto di aver perso la pipa e già ‘sta cosa innervosisce e segnala.

A Lugano, mascherine e mascherine, sguardi fuggenti, sbroja a vario titolo ma è il meno della cavagna: la città è depressa. Va a mangiare con la figlia Gigi, aspettandola con due birre come ai bei tempi di tre secol… ehm… mesi prima, e almeno loro due ancora sanno di musica e immagini, quesillada e burrito in onore del subcomandante Marcos. Per strada, raggiunge per caso il Befi, altro espatriato, giocoso come sempre: un raggio di luce, sc-ciau.

In libreria, la morbidezza della Carmela parrebbe aprire scenari, che però si chiudono sui soliti discorsi di miseria e repressione.

Va male, molto male, tutto è spento, accasciato, fasullo. Diop.

Janos torna a Locarno, isolato sul Tilo come sullo Skylab (sfida a ricordarsi, n.d.a.). Attraversa la città, osservando stanchezze: la libreria ha la solita vetrina appassita di titoli sgargianti e vacui, anche i tecauei boh. Al Bar ba Zu, la signora Cavani a un tavolo, la Francona a un altro e a questo punto Janos vorrebbe sedersi a cento metri, per solidarietà e per non impegnarsi.

Prende il bus, l’ultimo, a distanza sociale da tutto, scende, cammina, fuma, arriva a casa e si dice: siamo fottuti. Poi si apre una birra, come autocertificazione.

gene

Postilla
Agli estorsori di consensi convengono i disagi sociali degli uomini: gli uomini disagiati, senza lavoro, senza soldi, sono facilmente orientabili, sono facilissime fonti di consensi (anche elettorali)
Fabrizio de André


Lascia un commento