tuttologia in direzione contraria

Il becaària – In libreria la II edizione

Gabriele Capelli Editore ha pubblicato la ristampa del primo romanzo di Giorgio Genetelli, uscito la prima volta nel 2010 per ANAedizioni di Franco Lafranca.

Estratto

(…) L’alpigiano c’entrò poco con quel che gli toccò fare in quei due mesi. In fondo però andò meglio così perché riuscì a non perdere del tutto il contatto con la realtà che più gli piaceva, la ricreazione prolungata.
Se fosse andato in cima a una montagna sarebbe rimasto solo, annoiandosi tutto il giorno con le mucche e chiudendo la giornata andando a letto. Ne sarebbe uscito a pezzi, come sempre gli era successo quando l’oppressione di un’attività non lasciava spazio alle sue cose, ai suoi pensieri, alla dolce deriva di un ozio solo apparente.
Invece venne destinato alla fienagione e al riordino della masseria.
La signora Elda, moglie del Belotti, aveva due figli. Lidia di quattordici anni amorevole come un pungitopo ma della quale non c’era mai traccia, e Remo, miniatura d’uomo, che faticava ad accettare che gli adulti sottostimassero i suoi dieci anni.
Si piazzava tra i piedi tutto il santo giorno perché nessuno aveva tempo di occuparsi di lui.
E quindi, avanti Mario.
– L’hai intagliato te quel bastone?
– Che te ne frega?
Un normale dialogo tra i due. L’arrogante era Remo, ovviamente.
La giornata andava più o meno così.
Sveglia alle sei, colazione e partenza per il fieno, da segare o da voltare o da raccogliere (alle otto Mario aveva già gli occhi come comete per il raffreddore). A mezzogiorno circa, pasto frugale (la birra urana faceva schifo, per lui che era abituato alla BeBi). Ripresa delle ostilità al caseificio (bene) o al silos (male, per via del polline). Attorno alle quattro, merenda di qualità grazie ad un burro che così non se ne fa più. Ultima tappa, un paio di ore interminabili a pulire i macchinari. Cena alle otto. Alle nove liberi tutti. Finalmente senza Remo.

Anna fu la prima bella cosa degli ultimi sei o sette mesi. Compaesana di Mario, si trovava lì in villeggiatura, portataci di peso dai suoi due “vecchi”.
La prima sera che la vide scantonò, perché a Preonzo non l’aveva mai tenuta in conto. Se ne pentì subito e rifece il giro della piazza.
– Ehi ciao – improvvisò Mario con uno slancio posticcio.
– Mario? Che ci fai qua? – chiese lei con molta più naturalezza, reggendo del pane nero.
L’altro prese tempo, quasi dalla risposta dipendesse il Nobel. Poi partorì uno stentato – sono qui a lavorare – frase che pronunciava per la prima volta in vita sua, forse.
Il tutto lo rese ridicolo, se ne rendeva conto.
Lei rispose che era proprio bello che ci fosse qualcuno che conosceva, che lì era una gran noia, che stava meglio al piano, che i riccioli le erano diventati orribili.
A lui pareva che avesse dei capelli bellissimi e, visto che la guardava davvero per la prima volta, anche quei due piccoli seni erano proprio a posto. Scelse di non dire nulla al riguardo, limitandosi a un – eh, dai, non è così male – come se il paesaggio fosse diventato radioso solo perché lo illuminava lui.
La luce si spense subito, però.
– E poi mi manca Orlando.
Mario incassò alla Muhammad Alì, ma la mascella un po’ gli cadde.
– Beh, ma verrà a trovarti no?
– No.
– Ah…
“Bene”, pensò Mario senza vergognarsi di gioire sulle disgrazie altrui (che comunque, ne era convinto, non erano mai enormi come le sue di disgrazie).
E poi, il moroso di Anna non poteva essere un moroso. Uno che forse se la ciolava e basta.
E comunque erano due ragazzini in confronto a un uomo come lui.
E poi non ne voleva nemmeno più sapere di quel moroso lontano e cretino.
Come se gli leggesse nel pensiero, Anna lo smontò definitivamente.
– Non può venire perché lavora. Però, se riesco a liberarmi dalla guardia dei miei, domani sera scappo giù io.
– Peccato – disse Mario, cercando di non far trasparire la punta di maligna contentezza che lo aveva colto.
– Perché?
– Mah, boh… magari si poteva andare a fare un giro io e te.
– Se non è domani, sarà poi un altro giorno. Tanto mi tocca star qui un mese.
Mario era insolentito da quell’apparente assenza di interesse per lui, come maschio. Però, ragionando meglio, era pur sempre una porta aperta su qualcosa.
– Allora ciao, tienimi i pugni per domani – concluse Anna, ammiccando di complicità.
“Da sicur…”, pensò.
– Andrà tutto bene, vedrai – le disse invece stirando la bocca in un sorriso pasticciato. (…)


gene

Postilla
“a) se Anna mi dice ancora che le manca il moroso, vuol dire che invece non gliene importa un fico e che è a me che pensa ad ogni battito di ciglia;
b) quando Anna mi dirà che mi pensa spesso, allora vuol dire che è proprio così, perché anche le donne a volte dicono la verità;
c) se Anna non mi dice niente, allora è anche meglio perché significa che i suoi sentimenti sono così profondi che non trova parole”.

Mario Zanetti


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