
Il maestro Rino Caretti ci faceva marciare in fila attraverso la campagna, e che piovesse pure: il motore a scoppio non poteva attendere. Ogni martedì, appena finito di mangiare in silenzio nel refettorio della scuola, le femmine tornavano in classe a cucire o cose così, da lavoro femminile. Noi maschi partivamo, come alla volta di una terra sconosciuta, dietro al maestro. Lui vestito come poteva, braghe di velluto e giacca a quadri, segaligno e inarrestabile. Noi alla carlona, con pantaloni lunghi e corti, magliette e dolcevita, cartella in mano, per la lezione di lavoro manuale a Prosito, nel piccolo asilo dismesso. Ci mettevamo un’ora per arrivarci, cinque chilometri senza dire una sola parola. In otto più lui, il maestro.
Una volta lì, con rigore militare, tiravamo fuori dall’armadio i nostri lavori e li disponevamo sui tavoli. Il maestro, che aveva indossato il suo grembiule da falegname, azzurro e lungo fino alle ginocchia, passava in rassegna l’ordine delle cose, impartiva correzioni e poi dava il via alle operazioni su quel motore a scoppio in legno ed elastici, che doveva funzionare a manovella con tanto di pistone che accendeva una lampadina, la scintilla magica. Niente divagazioni: tutto doveva essere fatto come da progetto e nessuno poteva permettersi di portarsi avanti o di restare indietro. Attaccato al muro, il disegno con centomila dettagli, che il maestro aveva certamente elaborato in chissà quali notti insonni di cui noi non tenevamo conto.
Si avanzava tutti verso il progresso motorizzato con la compattezza del proletariato, uguali e precisi. Naturalmente, non capivamo. Così fioccavano castighi: cinquanta volte “Non devo tirare l’elastico fino a romperlo.”, per domani, Esercizi Di Calligrafia, il quaderno apposito e dal titolo beffardo dentro al quale consumavamo le ire verso di lui e le nostre penitenze.
Durante i lavori, seduto al suo tavolo, ci osservava attraverso le dita della mano destra, appoggiata davanti agli occhi come a sostenere la stanchezza, con un inganno visibile ma incantatore, ombreggiato dalla frangia tagliata in linea retta vagamente monacale. Ogni tanto qualcuno abboccava all’amo e faceva una linguaccia, facendosi infilzare da un commento ironico o sarcastico di cui il Caretti aveva la mente piena. “Galizzi, ti sta venendo il Ballo di San Vito?”. Cinquanta volte, per domani.
Potevamo comunicare tra di noi solo per scambiarci domande sui prototipi, e con lui solo alzando la mano. Al cesso si aveva diritto una volta sola, sempre alzando la mano. Ogni po’ passava tra i banchi e se qualcosa non andava ci indicava l’inceppo e faceva un semplice gesto col capo, il che significava rifare l’operazione, anche dieci volte se serviva, all’inseguimento della perfezione.
Quando finiva la lezione, controllava i lavori con noi in piedi a sperare. Ma c’era sempre qualcuno attardato su una puleggia o un ingranaggio o un colore e bisognava aspettare che si mettesse a giorno: più volte perdemmo l’autobus e ci toccò andare a casa a piedi, nel mio caso altri cinque chilometri che in inverno si dipanavano al buio, sfogliando maledizioni verso di lui.
Eppure mi divertivo. Il maestro Caretti, che insegnava anche storia matematica scienze, mi faceva ridere con le sue sferzanti prese in giro degli allievi più timidi, verso i quali adottava una tattica terrorizzante che forse secondo lui era pedagogica, ma che secondo me non faceva altro che paralizzare i poveretti. Divideva la classe in gruppi: A, B e C, a seconda della bravura. Con promozioni e retrocessioni a ogni interrogazione. I maltrattati erano tutti nel gruppo C, senza speranze di risalita. La pulsione egualitaria del motore a scoppio, nelle altre materie era fortemente a repentaglio, poiché il suo sistema fomentava lo scherno. Eppure, credo che funzionasse, alla fine tutti apprendevano le stesse cose e in egual misura, solo che i tracotanti e gli introversi rimanevano tali, forse peggiori nei loro difetti di carattere. Io stavo nel mezzo, senza che me ne importasse degli sfottò.
Promossi in terza, il lavoro manuale passò a un altro maestro e noi inaugurammo l’aula nuova. Niente più attraversate, niente motore a scoppio, sostituito da un’infantile cassa della sabbia da arredare con animali acquatici di carta, come alle elementari. Niente maestro Caretti. Provvedemmo con flipper clandestini, costruiti col sistema a elastici e le lampadine che brillavano quando la palla faceva contatto con gli ostacoli.
Qualche anno dopo, il maestro Rino Caretti morì cadendo da una montagna, in modo eroico, quasi leggendario.
gene
Postilla I
Ammiriamo i maestri, però senza imitarli.
Victor Hugo
Postilla II
“Eccolo, ce l’ho ancora, l’ho piazzato sulla mia scrivania sul lavoro . Quando lo guardo mi ritorna in mente quella vite rimasta inceppata. Il Rino con il cipiglio di un SS mi disse :
Pasinetti ho perso la stima che avevo di te.
Da allora nella mia vita tutte le volte che ho un problema analogo mi ricordo e combatto con il bullone, si tratta dopotutto di riconquistare la stima”.
Fabio Pasinetti
