
Dulcinea è un’invenzione, un miraggio, e per questo più vera del reale, tangibile ed eterea. Tanto che Don Chisciotte la rappresenta in molte forme, tutte tese a un ideale di amore, quasi a una conquista, se non fosse che il nostro eroe non ambisce a possedimenti dato che la sua missione è raddrizzare torti. Per Dulcinea, il cavaliere inanella imprese mirabolanti e tutte fallimentari, che lo allietano e lo sconfortano, senza la via di mezzo della quiete che anticipa la resa. A lei dedica ogni conquista e ogni ardimento, ma soprattutto le è fedele fino a sfidare la morte, sprezzando il ridicolo. A niente servono le rimostranze del suo scudiero Sancho Panza, che prova con tutti i mezzi della saggezza popolare a portare ragionevolezza dentro la follia del suo padrone, senza mai riuscirci e alla lunga senza più opporvisi. Don Chisciotte argomenta in modo stravagante, ma così inappuntabile nel suo eloquio retorico da sfuggire a ogni confutazione dei ben più miseri umani che incontra sulla strada, e che incontriamo anche noi tutti i maledetti giorni. Dulcinea è il suo orizzonte, verso il quale cavalca senza posa, insidiato da mulini e leoni che solo la sua mente vede, miraggi così solidi da assurgere a pericoli possibili e a catastrofi certe. Vagano, i due picari, in una terra che si chiama Mancia, inesistente pure lei, anche se segnata sulle carte, sconfinata, arida, inospitale e matrigna. Con la sua forza visionaria, Don Chisciotte non teme né cordoglio né affanno, ma si ritrova nella completa solitudine, con il solo Sancho ad essergli fedele per la potente e cieca amicizia, un valore evanescente negli umani ufficialmente sani di mente e altrettanto ufficialmente impoveriti nello spirito, come visto ancora una volta ieri nel Palazzo. Dulcinea ama Don Chisciotte, anche senza rivelarlo e rivelarsi, nemmeno a noi, e lui è spronato ventre a terra verso la disgrazia degli idealisti. Il cavaliere vive stoicamente fino alla sconfitta, non quella dell’ultimo duello con un cavaliere ingannatore, no: sarà la resa al sogno a confinarlo nel letto di casa sua e a spegnerlo. Confinati gli spazi e calati gli orizzonti, anche Dulcinea svanirà e noi con lei. Don Chisciotte morirà dopo aver perso l’allegria, trascinando con sé anche la nostra. E così abbiamo il mondo in cui viviamo adesso, raggelato dall’assenza di qualcosa che non c’è e che si chiama Utopia, la sola tensione che invita a camminare e a immaginare un qualche tipo di Dulcinea alla quale dedicare avventure e passioni. A immaginare una vita dignitosa. A desiderare la libertà.
gene
Postilla
Se un uomo è un uomo, non una pecora del gregge, v’è in lui un istinto di sopravvivenza che lo induce a battersi… anche se capisce di battersi a vuoto, anche se sa di perdere: don Chisciotte che si lancia contro i mulini a vento senza curarsi d’essere solo e anzi fiero d’essere solo.
Oriana Fallaci
