
È l’ultima domenica di maggio e cammino nello sconquasso della realtà, da Locarno a Bellinzona e ritorno, forse per sincerarmi che sia proprio così e non un frutto marcio della mia mente. In breve: Locarno coi negozi aperti, Bellinzona no.
Le ho attraversate entrambe e ne ho sentito il silenzio, come quello che segue un’esplosione e tutto è atterrito e sordo.
Nemmeno i passi risuonano, mi pare invece che i piedi struscino, anche quelli dei pochi tacchi di donne di opaca mestizia. Non ci sono baci, gesti ribelli d’amore.
Sul treno, niente di niente, neanche una parola o uno sguardo, nemmeno i miei, che mi rifugio nel telefono come un pirla qualunque. Passano in corridoio due poliziotti pettoruti, non salutano
Mi dispiace se sembra esagerato.
A Bellinzona esco nel sole della nuova sistemazione della stazione e ho la sensazione di una sala operatoria, anche se i bus gialli vanno e vengono. Alla Bavarese, a metri sociali, in terrazza alcuni tavolini alti e tre bassi, alla stecca del sole, niente più ombrellone. Non mi fermo.
Viale della Stazione. Ci sono quasi più persone che prima della reclusione, ma solo in Piazza Collegiata prova ad aleggiare una parvenza di gaiezza, con gente ai tavolini. Ma l’immobilità cancella la breve illusione.
Mi introduco in Piazza Magoria e lì, in quello spazio artificiale ri-dedicato a Buffi, non c’è nessuno e tutto è chiuso. Perfino il parcheggio della Cervia, che ricordavo assaltato a ogni ora (per non dire dei carnevali sotterranei), conta tre automobili. Ritorno sui miei poveri passi condizionati da un’anca che mi punge (e cosa sarà? Non so, certamente un effetto del coma), chiamo il Flavio che mi risponde da una montagna, come un qualunque e giusto uomo in fuga.
Alla casa del Popolo mi siedo fuori, almeno c’è ombra. Non ho ancora potuto, o saputo, rivolgere la parola a nessuno, come se mi avvolgesse un imbarazzo. Appena prima, solo due frasi con l’Antonio, bardato da ciclista elettrico che sta portando la provvista al figlio e gli argomenti si frantumano subito.
Poi, finalmente un lungo intermezzo con mia figlia, con suoni e luci.
Se ne va e torna il senso di vuoto. Un tizio urla delle frasi dall’altra parte della strada, in modo perentorio, come a indignarsi verso qualcuno. Ma non c’è nessuno.
Giunge il Cech e per venti minuti parliamo di libri, totalmente anacronistici come il pesante e folle Kalevala in dialetto di Airolo
Ritorno in treno, nella solita bolla di silenzio. Non guardo neanche fuori, non mi interessa.
A Locarno scendo verso Piazza Grande, attraversando i portici, incrociando turisti flosci o scansandone altri davanti alle vetrine, illuminate come mausolei. In piazza, una corona di tavolini con gente che ormai sembra completamente imbalsamata sotto il sole d’acciaio inossidabile. Qualche bambino sul selciato.
Svolto e a un tavolino del Pardo c’è l’Arnaldo che mi saluta. È con la moglie, passano gli ottanta e sono belli. Lui mi fa: “Nel 1890 i liberali fecero la rivoluzione per liberarsi dei conservatori. Ma guarda: non è cambiato niente, siamo tornati lì, tutti in coda a elogiare Vitta per questa dittatura. E non c’è nemmeno l’intenzione della rivoluzione.”
Sotto la scritta per Bakunin respiro: ci voleva un vecchio e ardito come l’Arnaldo, con un frammento libertario di Novecento, per chiamare a raccolta in questa domenica delle salme.
gene
Postilla
A tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile
Fabrizio de André
