tuttologia in direzione contraria

Il becaària – estratto #09

Il martedì c’era da andar su sopra Ossasco a cintare un pascolo. Era arrivato uno di Biasca che, chissà per quale motivo, voleva portar le vacche lì. Si chiamava Ardito Papa, e dopo una serie di invettive contro l’ordine ecclesiastico si capì che il nome era giustificato. Per Mario fu subito nella categoria dei “fuoriclasse”, anche per via dell’abbigliamento. Camicia a righe stile materasso (abbastanza all’avanguardia, bisogna dire), bonet e pantaloni ex, quelli che la prima volta che li metti pare di avere le ortiche fin su per il culo. L’uniforme di un’armata di ventura di cui l’Ardito era generale e soldato.
Col Rinaldo nemmeno parlava: grugniva e rideva. Ma forse era Mario che non stava attento, inariato com’era. Anna lo circondava, e in un certo senso lo inquietava. Quando decise di scrollarsi di dosso quel fantasma, il Rinaldo e l’Ardito erano già al pascolo, pronti a piantare la cinta attorno alla terra appena conquistata. Magari era un miraggio mattutino, ma il Rinaldo sembrava Nixon, l’Ardito Krusciov.
Quella strana coppia impegnata in discussioni animate sulla superiorità della razza caprina sull’ovina, sul fatto che “le donne sono tutte uguali, anzi sono una peggio dell’altra”, lo aiutò a far passare la giornata.
Quando tornarono a casa erano le nove di sera, ma Mario era talmente stanco che dopo il bagno e la cena si addormentò sul divano. L’ultima cosa che ricordò, prima di crollare, fu il commiato che l’Ardito gli rivolse, badando di farsi sentire ben bene dal Rinaldo:
– A speri bè che to vei mia int in gesa almen tì, che chialé ghe né già ‘sei…

gene

Postilla
Mancavano ormai tre giorni al rientro. Mario non aveva ancora un’idea di come tirare a novembre.
g.


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