tuttologia in direzione contraria

La versione di Cardellino

Dove si narra della serietà del gioco e delle sue conseguenze

Ai pochi giochi che ancora si possono da vecchi, Cardellino partecipa con dedizione. Alle carte, specialmente. Gioca con tutti, è disponibile, abile e leale. Ma intemperante. Se uno parla a partita in corso, aspetta furente la conclusione della mano e lo rimprovera. Non accetta deroghe: le carte sono il gioco dei muti. Senza serietà è meglio non sedersi al tavolo, e neanche stare in piedi a commentare ogni carta o ad alzare occhi e spalle per la tattica.
Lo chiamano Cardellino per i vestiti colorati, che ama portare fin dai tempi del Brasile a Messico ’70, il più grande campionato del mondo per tutta una generazione, la sua, quella che ha visto Pelé saltare in cielo, Carlos Alberto rullare a destra, Rivelino sfondare il pallone e Jairzinho segnare e segnarsi in ginocchio. Oltre a Tostão e Gerson che facevano tutto. Con Garrincha quella squadra sarebbe stata impossibile perfino a dirsi, ma l’ala destra più divertente dell’universo si era da tempo dedita alla bottiglia e addio finte.
Cardellino ha giocato a calcio, anche bene, da mediano, calci a stinchi e pallone con criterio tattico e umanità. È andato avanti fino a quasi sessant’anni, gli mancava poco, ma smise quando l’epidemia lo confinò in casa per tre mesi e quando ne uscì aveva perso la poesia. Capitò a molti anche più giovani e non ne fece un dramma: meglio essere convinti che fare le cose alla carlona. In quel momento capì finalmente Garrincha e la sua voglia di bottiglia.
Cardellino non si diede all’alcol, ma ad altri giochi: un po’ di bocce e qualche partitina a dadi coi nipotini. E poi le carte, alle quali non si era mai dedicato prima, considerandole un accasciarsi del corpo. Imparò in fretta, di bar in bar, serio e attento. Non faceva tornei, non gli piaceva il legno divisorio e l’idea che i giocatori si segnassero le carte, barando. Giocava solo per diletto, ma coscienzioso e riflessivo.
Oggi c’è un giro di scopa all’Atlantico, locale da dove si vede il mare anche dal finestrino del cesso. Cardellino gioca con il Tela e contro la coppia Arteta/Girovando, due semiesperti e un po’ ganasa. Alla terza mano, Cardellino deve richiamare al silenzio Arteta, che tende ad annunciare cosa giocherà, un modo subdolo per segnare al compagno.
– Fa mighi l’oregiat – gli dice, a mano conclusa, mentre gli altri due contano i punti, timorosi.
– O bè facc noto – risponde l’altro.
Cardellino non replica.
Ricominciano. E Arteta a un certo punto butta lì un classico del repertorio: – L’è om sgiughèe co’ la Guersce.
Che nel gergo del porto significa “guarda bene che carta gioco e giocane una uguale”, un invito al compagno ad assecondare.
Cardellino non fa una piega, ma è chiaro che il suo Settebello è fregato. Ma non è tanto questo a dargli fastidio, è invece l’arroganza di Arteta e di quelli come lui, che non sanno essere onesti nemmeno per un minuto, che disprezzano il gioco e le sue regole.
Alla fine della mano, Cardellino si alza, estrae il revolver e spara un colpo in fronte ad Arteta.
– O finiit da sgiughèe – dice.
Posa l’arma sopra la lavagnetta dei punti e se ne va, in cerca di un’idea su come passare i giorni senza le carte.

gene

Postilla
L’uomo è veramente uomo soltanto quando gioca.
Friedrich Schiller


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