tuttologia in direzione contraria

Grasse risate

La tipa mi si rivolge da dietro la mascherina. Zaino in spalla, bastoncini telescopici e scarponcini in gore-tex lilla con inserti grigi che le slanciano il piede. Siamo ammucchiati sul bus e io vorrei essere lontano da lì, ma ci devo stare per via del lavoro che mi porta di qua e di là.
– Quando sento i ticinesi che parlano italiano mi faccio delle grasse risate – mi fa, senza essere interpellata, con accento bauscia.
Losservazione nasce perché io sto parlando in un misto di dialetto e italiano con un ragazzino mezzo schiacciato dalla calca, molto poco preoccupato della forma linguistica, anche lei in pericolo di compressione in quella smania di vacanza pedestre che ingloba turisti di ogni genere incuranti delle raccomandazioni (che diventeranno editti governativi tra pochi giorni, con il pretesto, non certo campato in aria, che da soli non ci sappiamo comportare in questa fase di rilascio post-confinamento da epidemia).
Insomma, bisogna fare i conti con una certa tensione, ammassati come siamo nello scatolone a diesel che taglia la Valmaggia per consegnarla ai gitanti come fosse la valle dell’Eden. Il contrasto è stridente: fuori, la brillantezza della natura che immagino profumata e squillante; dentro, le ascelle che fluttuano tra aliti inquietanti appena schermati da qualche mascherina. La tipa delle risate grasse ce l’ha rossa con motivi gitani, la mascherina intendo, molto fashion. Però quando butta lì l’osservazione non si fa mica delle risate, né grasse né magre, anche se la sua bocca non si vede per via della maschera-bandana.
Lo so che non si dovrebbe, ma tengo il ragazzino con un braccio sulla spalla, per proteggerlo dai teutonici in fregola nel salire e nello scendere, tra lo schiacciare bottoni e il sistemare zaini. Non sia mai che qualcuno cavi un occhio con le protesi da nordic-walking della malora.
– Stai qua che te lo dico io quando devi saltar giù – gli faccio, al bocia.
– La mia mamma la ma specia per disnaa – spiega, preoccupato più per gli altri che per sé, e già questo mi commuove.
– Dove sei andato?
– Al corso di nuoto, ma non sono ancora buono di fare la freccia…
– La servis mia.
– Ma gli altri sono buoni a farla – obietta con una punta di pudore.
– Fa niente, o prima o poi sarai buono anche te.
È qua che interviene la tipa a modo, con la sua osservazione sui ticinesi che non sanno l’italiano e che la fanno ingrassare dal ridere.
– Perché? – le chiedo, ancora a distanza sociale dalla stizza che sento montare.
– Ma dai ascoltatevi… Rispettate la lingua di Dante e la nostra cultura – replica come se lei avesse in mano uno spritz alla Darsena e noi una gazosa al crot.
Mi vengono in mente cose sull’unità d’Italia, l’analfabetismo funzionale, il politichese e l’arroganza. Ma taccio e aspetto.
Quando vedo che schiaccia il pulsante per la sua fermata e si agita per trovare lo spazio d’uscita, io e il ragazzino ci stringiamo a coorte, ma con superba indifferenza e facce innocenti, pronti alla morte come direbbero i compatrioti di Dante.
Pshhh: porta che si apre. Pshhh: porta che si chiude.
Bus che riparte e tutti ancora a bordo.
Alla tipa cade lo spritz e inveisce pescando a piene mani dall’Accademia della Crusca, credo. Io e il ragazzino ci facciamo delle grasse risate e andiamo avanti a bere la gazosa e a parlare strampalato.

gene

Non esistono lingue morte ma solo cervelli in letargo
Carlos Ruiz Zafón


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