È ottobre, verso la fine del mese e nel pieno di uno sfacelo senza volto e senza fine. Ma non possiamo fermarci a rimpiangere la luce estiva o le risate in compagnia di sconosciuti che alleviano la solitudine imperante. No, andiamo verso uno stabilimento sperduto in una vallata angusta dove è stata allestita una mostra di quadri di un’artista che conosciamo, come a voler andare a fondo e cercare la vita. Lasciamo l’auto e ci avviamo a piedi nell’umidità della gola, il Meo, la Maddaleno e io, perdendo subito il sentiero e ritrovandoci su una strada d’asfalto vuota come negli anni Cinquanta. Incontriamo sei o sette persone, a distanza e lontani, che deviano quando ci incrociamo. Nessuno saluta, gli occhi si volgono a terra. Quando pensiamo che lo stabilimento non lo troveremo, eccolo innalzarsi in un prato che un tempo era coltivato a granoturco e ora ha solo qualche stele indicativa del suo abbandono, mappe e descrizioni del furore dei Sessanta, quando il cemento stava sopravanzando l’erba e ancora nessuno parlava di ecologia, parola che sarebbe venuta dopo, a disastro irreversibile.

All’entrata, che sembra una bocca enorme, c’è una poltrona rossa nel grigio lineare e sbreccato. Un monolite di quattro piani ci inghiotte come un Ade verticale e vediamo i quadri tra catene, resti di maiolica, forni spenti, polvere, tubi, canali e vetrate che danno su quello che è ormai un parco di archeologia industriale zeppo di azioni frantumate. I quadri sono squarci di colore aggrappati a griglie arrugginite. Si sale per una scala rossa come la poltrona all’entrata. La voce del Meo rimbomba mentre lui tentenna a ogni scalino e il vuoto sembra risucchiare le pareti. Due persone scendono e ci dicono che l’artista è al quarto piano, incredibile che abbiano aperto bocca.
Il Meo, che sembra Tiresia senza saperlo, indica un quadro tormentato di segni e materia: “Quello è uno struso”, dice. Non è un esperto, nessuno lo è, ma ha ragione: dentro quel cadavere di cemento che nei suoi anni di fuoco ardeva di magma incandescente e chimica magnifica e progressiva, i quadri sono i soli a pulsare e a valere ancora l’appellativo di “struso”, di qualcosa su cui si è armeggiato di fresco.

Poi usciamo, ci spostiamo verso la parte posteriore dell’edificio e mentre l’artista e la Maddalena vanno a vedere la cava (dismessa appena prima di far franare il villaggio soprastante) mi fermo col Meo a guardare due ragazzi che si allenano alla boxe, solitari, in uno spazio ampio e vuoto, circondato da aria e calcestruzzo. Colpiscono l’aria a ritmo di musica elettronica, cupi, ognuno per conto suo. Parano attacchi immaginari e sferrano colpi ad avversari inesistenti. Combattono contro spettri, incessanti e rapidi. Sono nel posto migliore per muovere i loro corpi come macchinari implacabili. Si fermano, ci sorridono mentre chiedo se posso scattare una foto e poi ricominciano, accigliati, impegnati in round astratti.
Penso che stiano lottando contro la realtà, come eroi omerici artigliati alla storia.

gene
Postilla
Incatenati nella caverna col fuoco alle spalle non vediamo che le nostre ombre e le scambiamo per la realtà.
g. (seguendo Socrate)
