Venerdì 6 novembre 2020
Comincia appena dopo il pranzo, meno che frugale, consumato senza fame e con un piacere scosso nella mente, e verso le due colpisce il senso delle cose e il mio torace. È un’inquietudine che scivola melmosa fino alle ginocchia e poi risale dove penso ci sia l’intestino, o il pancreas, o la milza, o il fegato o cosa ancora non so. A volte è una nausea, a volte una fitta. Seduto in poltrona sento l’impulso di uscire a fumare e mentre sono fuori vorrei andare al bar e se ci vado voglio tornare a casa per leggere qualcosa; mentre leggo, mi viene da scrivere ma dopo due righe passo al solitario online, che risolvo meccanicamente, la testa piena di formiche. Intanto il sole tramonta ed è un primo sollievo in attesa del buio che mi calmerà.
Ricomincio a pensare con lucidità al mio malessere, lo vedo da fuori e il collegamento è chiaro: l’assenza di prospettive. Non le mie, ho abbastanza forza per vedere cosa posso fare, anche tra dieci anni. No, quelle collettive, di un mondo scosso non dal virus, ma dalle parole con le quali chi comanda indirizza la nostra vita. E sono parole di angoscia, di colpa, di punizione, di peggioramento. Dai virologi ai politici, espongono le loro verità totalizzanti e dicono di non illudersi, che a ondate tutto si chiuderà e dovremo essere capaci di considerare questo momento come ciclico. Nessuno osa più dire che ne usciremo migliori, nessuno osa l’impossibile.
Dico una cosa tremenda anch’io, pronto alle denigrazioni che mi coglieranno: non mi interessano i morti, sono i vivi che contano. Quei vivi che sono pronti alla mummificazione in diretta, grande passo avanti dal punto di vista scientifico, non ce la fecero nemmeno gli egizi. Quei vivi mortificati dalle maschere, primo passo per la bendatura di tutto il corpo, già corrosi dall’anestetico che circola nella mente. Quei vivi che non si salutano più. Quei vivi che scartano di lato in un piazzale deserto per stare lontani da te e da me. Quei vivi che non aspettano domani, coscienti che se non sarà uguale a oggi è solo perché è peggio e quindi tanto vale.
Sono anch’io uno di quei vivi, e provo a pensare in avanti, anche solo di qualche ora, sperando che il cielo sia nuvoloso perché il cielo blu non lo sopporto più. Adesso sono le undici del mattino e ho ancora forza, altrimenti non scriverei. Penso al pranzo frugale, ma so che poi arriverà il pomeriggio con tutta quella serie di azioni monche che mi portano alla paralisi fino al lenitivo crepuscolo. So che è così per molti e temo che bisognerà sentirsi così tutti prima di ritrovare un afflato collettivo che ci tolga dal cratere, una fossa comune dove gettare sentimenti e levità.
Mi aggrappo a tutto ciò che posso. La raclette di stasera può essere un respiro, anche se temo che poi non vedrò l’ora di andare di fuori, tornare dentro, accendere la tivù, spegnerla, fare un giro su facebook, annichilirsi di parole stantie, voler andare a letto e poi metterci ore per dormire un sonno scostante.
Svegliarsi e ripetere tutto, in attesa del malessere melmoso.
Scrivere è la sola ribellione che mi sia rimasta, la sola resistenza. Leggetemi per favore.
gene

