tuttologia in direzione contraria

Le biglie dei piccini

Voglio raccontare una serie di fatti che successero. Alcuni anni fa ero ospite di una coppia di amici, per qualche giorno appena prima della fine dell’anno, quando la placida campagna oltre Montecatini, dove era immersa la loro casa, sembrava addormentata in un groviglio di paglia secca e arbusti verdastri. Ci ero già stato alcune volte in precedenza e sempre mi ero trovato bene per l’allegria di Susi e l’arguzia di Gianni. Avevano due figli: Cecco, che aveva vent’anni e stava a Firenze, e Lello, di sedici che viveva ancora lì con loro. Oltre a due cani, un setter e un pastore tedesco, placidi e amichevoli.
Come in occasione delle altre visite, la maggior parte della sera l’avremmo passata mangiando a più non posso fino a notte fonda, come vuole l’ospitalità toscana, e raccontandoci cose dei nostri rispettivi mondi, più lontani di quanto sembrasse.
Nelle visite precedenti, l’argomento di cui riferirò non era mai affiorato e le loro bizzarrie le avevo ascritte al puro e semplice piacere di vivere o, a volte, alla celeberrima propensione dei toscani per la polemica e dei romani (Gianni era di Roma) per lo sberleffo. Questa volta c’era con me anche Angela, una ragazza con cui stavo a quel tempo.
La casa era di tre piani, più una soffitta inutilizzata e della quale non si parlava, ma credo fosse normale: a quale ospite potrebbe mai incuriosire la soffitta di una casa altrui? Non certo a me, che preferivo il tavolo del tinello dove si ergevano bottiglie e cibi di ogni sorta e attorno al quale le sedute erano improntate alla convivialità.
Gianni, pensionato dell’aeronautica militare, godeva di un’ottima rendita che permetteva a Susi di stare a casa, e di curare la sua salute cagionevole, e al figlio minore di studiare e giocare a calcio (nel pomeriggio eravamo andati a Empoli per una sua partita nella quale aveva mostrato buone doti da centravanti di stazza, secondo il mio parere).
La cena si protrasse a lungo, come al solito, e quindi erano già passate le undici, o così poteva essere. Il figlio si era seduto sul divano ad ascoltare musica con le cuffie di fronte alla tele spenta. Noi ancora a tavola parlavamo del più e del meno, tra un vin santo e un amaro; poi Gianni ci propose un enigma da risolvere, uno di quei giochi che se sposti due fiammiferi da un quadrato fai due file, qualcosa del genere, piuttosto complicato. Mi concentrai talmente sul gioco da non accorgermi, se non dopo po’, che il setter si era messo a ringhiare, cosa che non gli avevo mai sentito fare in precedenza.
– Perché ringhia? – chiese Angela, un po’ in apprensione (non amava molto i cani, anche se quelli li tollerava proprio per la loro mitezza).
– Oh, perché protegge Lello – rispose Susi.
– Non avevi bisogno di dirglielo – aggiunse Gianni, con un impeto che avrei dovuto considerare strano se non avessi avuto ancora in testa i fiammiferi.
Sul momento non badai molto a quel breve dialogo: stavo per svelare l’enigma. Con un paio di spostamenti fu risolto; mi sentii soddisfatto anche se, a giochi fatti, risultò abbastanza semplice. Per un po’ tornammo dunque a conversazioni ordinarie e divertenti. Angela teneva però la sua mano stretta sul mio ginocchio, senza partecipare alle ciarle, e sapevo che quando faceva così era per attirare la mia attenzione. Improvvisamente un vaso di fiori cadde da una mensola e finì al centro del tinello sbriciolandosi con un rumore simile a uno sparo; una dinamica strana, come se fosse stato sospinto. Ma ciò non era possibile, eravamo tutti seduti al tavolo, e di solito i vasi cadono verticalmente, non a tre passi dalla mensola.
Sentendo l’ansia crescente nel mutismo di Angela, sorvolai sulla questione del vaso e chiesi a Gianni cosa significasse quel breve dialogo di prima, e soprattutto cosa non bisognasse dire a noi.
– Che il cane protegge il ragazzo – specificò lui, però in un certo qual modo sbrigativo, come se volesse chiuderla lì.
Ma Susi da un po’ si stava trattenendo, lo si notava dal suo spazzare frenetico le briciole dal tavolo, dopo aver raccolto la terra e i cocci del vaso frantumato.
– Lello “sente” – disse con cupa tranquillità e sedendosi di fronte a me. – L’abbiamo anche portato in chiesa per farlo vedere da un prete, ma quello ci ha detto che non poteva fare niente ed era meglio se non fossimo più tornati da lui. Il cane sta tutta la notte sulla soglia della sua stanza e lo protegge. Cecco è dovuto andare via di casa tre anni fa perché non capiva questa situazione e ne aveva paura.
Mi scappò un sorriso a tutte quelle fandonie e cercai gli occhi di Angela: stava per piangere.
Nel silenzio che ne era seguito si sentiva solo la musica che usciva dalle cuffie di Lello, che di spalle se ne stava nel suo mondo, o almeno così pareva e così dettava la logica.
Cercai di rimanere tranquillo nella mia indole razionale, senza aggiungere altro, ma Susi riprese con una punta di rimprovero nella voce.
– Sono almeno dieci anni che va avanti così. Credimi. Non succede mai niente di grave. Se Lello lancia una biglia sotto la credenza gliela rimandano indietro. Spostano alcuni oggetti e di notte provano a entrare nella stanza del ragazzo e il cane glielo impedisce. Non so cosa vogliano fare, forse solo giocare. In fondo son piccini.
Neanche Gianni parlava più e Lello continuava ad ascoltare musica. Ormai era un dialogo solo tra Susi e me. Non osavo girarmi verso Angela per non peggiorare il suo stato, che avvertivo come una cortina che la avvolgeva e pronta a spezzarsi al minimo gesto. Il setter ogni tanto ringhiava rivolto alle scale.
– Scusate: ma di chi state parlando? – chiesi, incuriosito.
– Ma dei piccini, non sappiamo chi siano o come siano fatti. Lello un po’ ne soffre, anche se ormai ci convive.
Non avevo mai visto Lello a disagio per qualcosa e sempre più pensavo che tutto l’argomento non fosse che una burla ben congegnata.
– Va bene, simpatici questi piccini – dissi, cercando di chiudere quel discorso. – Mi pare di sentire un rumore di sopra, tra l’altro.
Aggiunsi quella frase per stare al gioco e allentare la tensione, ma voltandomi verso Angela in cerca di complicità la vidi in preda al terrore e mi pentii per non aver saputo resistere alla mia voglia di scherzare.
– Stanno in soffitta, quando c’è gente – disse Gianni all’improvviso. – Non era un discorso da fare Susi, sono cose nostre, ma a questo punto tanto vale…
In quel preciso momento, Lello si alzò di colpo dal divano, si tolse le cuffie e, rivolto a me e interrompendo Gianni, disse con calma: – C’è una figura accanto a te, una donna bionda. L’ho vista riflessa nel televisore.
Il setter ringhiava con più insistenza. Il pastore tedesco non si era mai mosso dal suo angolo e dormiva.
– Sarà Angela, non vedi che bei capelli biondi che ha? – replicai sorridendo divertito.
– No no, è una donna non più giovane, ti sta guardando.
Angela non poté più trattenersi e proruppe in un pianto sfrenato. Le strinsi le spalle fino a quando non riuscì a ricomporsi un po’.
– Tu non hai qualcuno di caro che è morto e per il quale ancora sei afflitto? – chiese Susi con cautela.
– Mia mamma, sì, una decina di anni fa. Morì di cancro – risposi. Mi accorsi di aver smosso un pensiero che latitava nella mia mente e che di rado dava segno di sé. E mentre pronunciavo quelle parole percepii un leggero alito all’orecchio destro.
– Se n’è andata– concluse Lello, rimettendosi le cuffie e tornando a sedere sul divano di fronte al televisore spento come se niente fosse successo.
Impossibile, pensai che il ragazzo dovesse per forza aver udito i nostri discorsi e si fosse aggiunto al gioco, non si spiegava altrimenti. Ma la musica nelle cuffie era fortissima, la sentivo anche a tre metri di distanza. E lui era stato sempre di spalle, fuori dai nostri discorsi. Non si era nemmeno mosso quando era caduto il vaso con tutto quel fracasso.
Il setter si era accovacciato vicino al pastore tedesco e finalmente non ringhiava più.
Da sopra sentii rotolare qualcosa, come biglie su un pavimento di legno.
– Li sentite? Giocano. Son piccini – disse Susi cercando di minimizzare, più che altro per calmare Angela che era ancora in preda al terrore. Ma a quel punto pure io, che non credo a niente che non possa vedere coi miei occhi, ero alquanto a disagio.
– Andiamo via – disse la ragazza con un filo di voce, come se qualcosa le serrasse la gola.
Guidai di notte verso casa nostra. Angela mi strinse con entrambe le mani il braccio destro per tutta la durata del viaggio, senza dire una parola. Per giorni non si allontanò da me neanche per un minuto. Provai a scherzare sui piccini una volta sola, ma quando rividi il terrore nei suoi occhi pensai che fosse meglio seppellire quella storia nell’oblio.
Non so più nulla di quella famiglia. Non li rivedemmo mai più.
A volte sento ancora un rotolare di biglie nel silenzio della notte.

gene


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