
Saltò sul mondo balzando fuori dalla tormenta, in un giorno d’inverno a Bad Gastein, nel 1977. Tutte le altre sciatrici non se la sentivano di affrontare quella discesa complicata e sommersa dalla neve che riempiva il cielo e la pista. Doris De Agostini, che era ancora minorenne, non si azzardò a dire di no e si lanciò, lasciando nel pulviscolo tutte le rivali. Era nata una stella, non di quelle del jet-set: una che amava il Sasso della Boggia e parlava un dialetto difficile, quello di Airolo, ma esprimendo concetti luminosi su sé e sul mondo che la circondava. Una stella bellissima, un fenicottero delle nevi mai visto prima.
“Mi criticano per il mio corpo, ma non lo cambierei mai con nessuna, perché momentaneamente mi interessa lo sci, ma soprattutto mi interessa vivere anche dopo” disse una volta. E mantenne. Quando a 25 anni vinse la Coppa del Mondo di discesa libera, smise di gareggiare e cominciò un’altra vita, riservata ma con lampi accecanti quando appariva per una qualche causa, una tra tutte l’opposizione al raddoppio del tunnel del San Gottardo.
Quando noi sciatori rovinosi andavamo ad Airolo, a volte la vedevamo, bella e slanciata, sorridente, popolare e seppur quasi coetanea ci appariva irraggiungibile come una divinità.
Ora lo è definitivamente, almeno nel mio cuore.
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