
Ho giocato con i piedi sanguinanti, in domeniche affrante o luminose, tentando finte e praticando rudezze. Con la mente sgombra o vilipesa, ho provato a tenermi stretta l’innocenza del gioco e l’irritazione per come sono fatto. Vale ancora adesso, ma con l’ottundimento che l’età consegna a chi è vissuto di folgoranti passioni e rimpiangendo quella spinta che irrompeva appena sveglio e buttava fuori dal letto. Mi è capitato di non finire una partita, per una tibia rotta, una caviglia spezzata, una lacerazione muscolare dell’anima, un’espulsione. Ma mille volte più spesso ho finito partite in condizioni tali che l’accasciato mondo di oggi avrebbe rifiutato ogni indennizzo, deridendomi e offrendomi una birra per pietà (che avrei rifiutato).
Mi ricordo di una partita di coppa in una sera d’agosto, un derby dei disgraziati contro altri disgraziati più impediti di noi, di me. C’era molta gente, tutta nervosa. Per molta gente intendo un centinaio di persone, giocatori compresi, che nella vita di tutti i giorni abitava al massimo a cinque chilometri di distanza, e quindi si conosceva, e che per due ore si odiava senza stupirsi.
Però io mi meravigliavo di come uomini con cui cantavo e bevevo mi insultassero a sangue.
Segnai un gol (grazie Diego) che pareggiò i conti, appena prima di essere sbilanciato in volo da un tizio che giocava goffo ma picchiava sodo. Caddi male e la spalla destra s’incendiò di un dolore lavico, costringendomi a correre sbilenco per il tempo che restava. Avevamo una maglia bianca e nera, fuori contesto. Ci riconoscevamo solo per fratellanza. Ai supplementari non pensai a Beckenbauer nel Settanta, ma solo ad arrivare in fondo, sempre più storto e annebbiato. Al momento di scegliere chi dovesse tirare i rigori, mi chiamai fuori, non potevo nemmeno immaginare una rincorsa. Un giovanotto designato disse all’ultimo secondo che non se la sentiva, capite? Cazzo! Non si sentiva di tirare un rigore in una partita della coppa degli ultimi. Mi feci avanti nel silenzio vile dei miei compagni, che mi fece un male cane e che cancellò per un istante il magma alla spalla. A cinque metri dal pallone sentii la certezza di fare un buco immenso in mezzo alla rete, ma a un passo dal colpire cambiai idea e depositai il pallone sulla destra del portiere, a due all’ora, sbeffeggiando ogni forma di sportività in cambio di una poetica da due soldi. Funzionò. Percorsi tutta la linea laterale sfidando la rabbia dei figli di puttana (ancora grazie Diego) che mi avevano insultato per ore e che per almeno un altro anno se ne sarebbero stati lì dove meritavano, sotto i piedi.
Una volta calmato, mi ricordai del dolore, tornato terrificante. Andai all’appuntamento concordato nel pomeriggio con una ragazza, alla golena. Tra profumi d’estate calante, non potevo tirarmi indietro, non avrebbe capito, nessuno capisce. Mentre facevamo l’amore svenni e lei, più che preoccuparsi, fraintese.
Eppure, di quella sera, quando fatico ad addormentarmi, riesumo solo il ricordo del pallone in fondo alla rete: quella sensazione eterna mi toglie i dolori, ai piedi, alla schiena, all’anima. E non sono Maradona.
gene
Postilla
Non siamo mai così indifesi verso la sofferenza, come nel momento in cui amiamo.
Sigmund Freud
