Cent’anni di mio padre

Mio padre è morto di fame, in piena notte. Già ne aveva patita un po’ da bambino, mitigata nell’esercito e vinta in età adulta, assieme al Ticino rurale che usciva dalla guerra per entrare a balzi nel boom economico. Forse il suo corpo la ricordava ancora quando a 85 anni ha ceduto il passo ai miseri pasti del ricovero. La sera prima di morire era stato portato in ospedale per inedia, ma mi aveva detto che quel posto lì era bello. Le sue ultime parole. Il mattino, mia sorella mi aveva chiamato dandomi la notizia della sua morte. Solo e abbattuto, dalla fame. Non me lo toglie di testa nessuno. Oggi, in questo 13 dicembre 2020, avrebbe cent’anni. Ha cent’anni. Perché lo tengo in vita dentro di me anche se spesso il suo punto di vista ancora mi opprime e preferirei che se ne stesse nel suo nuovo mondo. Per altri motivi potrei finire alla fame pure io, che l’ho provata solo in qualche giorno sbagliato e subito sorpassato. Ma non ho mai rischiato la morte per fame. Lui invece, che come tutti quelli della sua generazione è schizzato fuori dalla tenaglia delle due guerre mondiali, ha scalato la sua vita tenendo piedi e mani attaccati alla parete, senza mai arrivare in cima ma aggiungendo centimetri ogni giorno. Riscatto, si chiama, una forza incontenibile ben più urgente del sacrificio o della prosperità. Tutta questa operosità per poi finire al ricovero e nel giro di qualche mese morire in modo beffardo, di fame. Per disattenzione altrui, non so, e per la dimenticanza che incatenava la sua mente. Lui che amava sedersi all’orario giusto e mangiare come se praticasse un rito onorifico nei confronti di ciò che c’era sul piatto. Vantando anche le sue opere culinarie, riso patate polenta. Lui. Proprio lui, raggiunto ai meno cento metri da quella fame che credeva di aver seminato e che invece l’ha beffato con un colpo di reni al fotofinish.

gene

Postilla
E io sono qua che mi lamento e pretendo…
g.

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