tuttologia in direzione contraria

Vorrebbe mulinare i rami per dissipare la nebbia, la natura è sempre così, tenta di aiutarci senza chiedere niente in cambio. Ma noi vediamo solo la nebbia e ci affanna, ci toglie prospettiva, annichilisce lo sguardo. L’albero ci sembra uno spettro, in mancanza di sembianze umane, quelle sembianze con cui ammantiamo ogni essere vivente, con la sicumera di chi pone l’umano al centro del mondo. Facciamo parlare gli animali nei film, li dipingiamo con occhi acquosi di ragazza, li mettiamo al nostro servizio anche nella musica e nel teatro, sono protagonisti senzienti nei libri. Parliamo di loro come se avessero la nostra voce, un pretesto per non dire chiaramente che l’uomo viene prima di tutto e la terra è sua. Forziamo perfino i boschi, le sterpaglie, gli arbusti e i fiori al servizio dell’Antropos dittatore, a volte imprigionandoli, spesso distruggendoli. Anche quell’albero che vorrebbe mulinare i rami è piantato in un prato lindo nei dintorni di Neuchâtel, albero domestico del quale non ascoltiamo la voce selvaggia che stilla dai suoi canali linfatici quando gli facciamo del male senza averne coscienza: tagli, potature, incisioni, frastuono, concime chimico, decorazioni. Quest’albero non recede dal suo compito di darci ossigeno e vorrebbe appunto mulinare i rami per toglierci di torno la nebbia. Ma la nebbia è dentro di noi, penetra nella nostra caverna, spegne il fuoco che un altro albero sacrificato ha permesso, ci addiaccia, ottunde le voci fino al mutismo assoluto. Nel silenzio finale, allora, sentiremo solo il fruscio dell’albero che, in un’ultima vana speranza, mulina i rami.

gene

Postilla
Se ci si fermasse ad ascoltare il lavoro delle radici, chi riuscirebbe a dormire?
Fabrizio Caramagna


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