Le scarpe mi commuovono. Neanche tanto le mie, di cui mi occupo poco, ma quelle degli altri. Forse perché a un certo punto della vita ci tocca il passo decisivo di metterle o toglierle ad altri. In effetti, da bambino non facevo caso alle scarpe degli altri e credo che lo spartiacque sia stato un giorno di inizio giugno del 1990, quando levai le scarpe a mia madre che non ce la faceva più. Io sapevo che lei stava per morire, eppure le restava intatta la cura di proteggere i piedi con scarpe adatte e soprattutto scelte. Sapevo che non le avrebbe usate più.

Un paio di anni dopo nacque mia figlia e le prime scarpe in scala uno a cento rischiano di non contare, dato il fascino che eserciterebbero anche in uno gnu. Ma da lì fu tutto un levare e mettere, allacciare e slacciare, incastrarsi con il velcro o felicitarsi per gli stivali, generalmente rosa. Eppure, non so, non credo sia questo il senso profondo della compassione, e nemmeno il pulire scarpette da calcio dei bambini, operazione un po’ forzata.
Nemmeno a militare, figurarsi: era tutto uno strofinare e ingrassare, ma certo non era cosa che mi muovesse all’empatia con quegli scarponi pesanti e scomodi, che i superiori esigevano li si trattasse con cura maniacale (salvo poi spedirci nel fango il giorno dopo).
Per dirne un’altra, da calciatore erano armi da guerra, che lanciavo via rabbioso in caso di sconfitta, raccogliendole dopo mezzora, con un fare un po’ vile. Quelle degli avversari nemmeno le guardavo. Con le ragazze, alla partenza degli ormoni, non c’erano scarpe che tenevano e passata la buriana potevo al massimo considerarle eleganti, con qualche deriva fetish.
Forse è stato il Meo a cambiare veramente lo stato delle cose, conoscere lui con le sue scarpine che in realtà sono scarponi, sempre lo stesso modello di cambio in cambio. Sono una cosa importante per lui, significano una conquista e la possibilità di viaggiare. Ha un rapporto così stretto con le scarpine che in alcune fasi misteriose le rifiuta, per giorni e settimane.
Credo sia da lì che veramente, se sono incazzato con qualcuno, gli guardo le scarpe e mi intenerisco. Lo immagino mentre le sceglie, le prova, le calza, le compra, le toglie, le ripone, con il retropensiero che se il suo piede sta bene allora va tutto meglio. Una speranza, le scarpe, è così, certo. Lo conferma il fatto che a qualsiasi prigioniero levano le scarpe, come a privarlo dell’ultimo residuo di dignità e di speranza, appunto: finché sarai a piedi nudi da qui non te ne vai.
Le scarpe non si scambiano, sono fedeli ai propri piedi e se cambiano padrone si offendono e lo opprimono.
Non so come andare avanti in questo mistero. Ma continuo a cercare e a commuovermi per le scarpe degli altri, come oggetto e non come simbolo, anche quelle dei farabutti.
gene
Postilla
Venderò le mie scarpe nuove
ad un vecchio manichino
per vedere se si muove
se sta fermo
o se mi segue nel cammino
Edoardo Bennato
