tuttologia in direzione contraria

Basso batteria eccetera

Il basso l’abbiamo preso questa mattina a Lugano, una levataccia per consegnarlo come se fosse una bomba a mano al Uoter, che è arrivato col treno nel pomeriggio di questo sabato qua. Per non andare troppo allo sbaraglio, ci restano un paio d’ore per provare con quell’affare che risulta sconosciuto.
– O mai sonò – dice il Uoter con un piede ancora sul treno.
– Smense ades – gli risponde il Rena con il fare entusiasta di chi osa ai confini della catastrofe.
Il Marco, fratello minore del Rena, e che è assurto a chitarra solista senza un minimo di serenità, ha già male allo stomaco; il Max ha la tastiera da un paio di settimane e ancora non ha capito bene se mettere il jack prima di accendere l’ampli o viceversa. Sul mio conto, insoluti problemi col microfono, che il Rena regola di testa sua e a me pare di cantare dentro a un secchio.
Questi siamo noi a una manciata di minuti dall’esordio al Quattro Venti. Ci hanno ingaggiati sulla fiducia, quale non si sa, ma vedendo il carro da fieno a far da palco si capisce che le pretese sono poche e tiriamo un po’ il fiato. Il Rena monta la batteria e comincia a rullare i tamburi, il sole non è ancora tramontato. Pare un rito woodoo e ci tocca attendere i suoi comodi, dato che è l’unico ad avere un’idea sul come piazzare l’attrezzatura in modo che ci stia sul carro e, soprattutto, funzioni.
Passano ragazzini che vogliono toccare tutto e il Rena si imbufalisce. Nel cesso da campeggio, il Uoter se la vede col basso, lamentandosi delle corde grosse come tiranti della teleferica. Non so se il Marco abbia già vomitato o no, ma ha una certa cera da ora di matematica. Il Max e io ci beviamo alcune birre, non siamo capaci di distinguere un monitor da una radiosveglia.
Il boss della festa arriva sudatissimo dicendo che ci sarà molta gente. Il Marco va al cesso.

Jam Session II – Eric Vaugh

Un’occhiata alla carriera. Avevamo cominciato a suonare per gioco, come tutti, impilati nella cantina dei fratelli con la foga di chi non sa quasi niente ma si lancia. A orecchio tirammo fuori, nell’ordine (ci voleva un ordine, per il Rena):
Ora sei rimasta sola
La casa del sole
Le scarpette
Roba che Jimi Hendrix ci avrebbe invidiato non poco, se solo si fosse dato la briga di campare un altro po’.
Tutta qua, l’esperienza.

Sono passati sei mesi dalla prima prova, abbiamo una dozzina di pezzi che al limite potremmo anche ripetere, “tanto la gente non fa caso” dice il Rena più che convinto. Quando gli faccio notare che forse dovremo stare in ballo per tre ore ha un momento di perplessità che supera studiando un’accurata gestione delle pause.
Almeno abbiamo i fogli con i testi e gli accordi.
Il Rena aveva preso qualche lezione di batteria da un tizio di Biasca che ora sta al manicomio di Mendrisio. Il Max si era dedicato alla fisarmonica su spinta del nonno, con il difetto di suonare di corsa e non gli stava dietro nessuno, anche perché si esercitava da solo. La pianola è stata un espediente per farci più progressivi. Il Marco è il solo ad avere un certo talento, ma gli viene la Sindrome del Baccalà, quella che ti fa piantare sul più bello in preda a fisse sulla disciplina. Quanto a me, che da piccolo mi chiamavano Baracheta, propendo per il canto libero, da alcuni anni accompagnato con la chitarra che il Vidaz, in chissà quale impeto andaluso, mi aveva regalato per uno dei Natali atei a cui tanto tiene.
Notare che del gruppo solo io e il Uoter siamo maggiorenni, per un soffio, ma la cosa conta poco e anche a quindici anni puoi ingolfarti di birrette, cazzi tuoi.
Ormai è sera e la notte aspetta il suo turno. Il fumo della griglia ammanta il carro, sul quale restano indelebili tracce di merda e pagliuzze di fieno che si infilano in gola. Alle spalle hanno messo un tendone con la scritta:
OREGIEFREGIE
Alla quale il Rena ha aggiunto:
BAND
– ’me cui veri” – spiega.
Il boss della serata, ancora in salopette (“a s’al sa mai, a ghé sempre quaicos ch’as rom”), ci dice di cominciare.
Spingiamo il Marco fino al suo posto, con tanto di sedia, che se sviene almeno cade da più in basso. C’è un sacco di gente, cazzo!
Per non sbagliare tutto e subito, abbiamo deciso di far partire il Rena con la batteria e poi noi saremmo entrati dopo, una volta capito il ritmo.
Naturalmente, il batterista parte con un tempo sfrenato e Le scarpette ci riescono come una specie di Bad Moon Rising, impossibile da frenare e che concludiamo come quando cade la credenza e tutto si rompe sul pavimento.
Beh… Il pubblico esplode d’entusiasmo, guarda te.
Rinfrancati, spariamo i nostri hit più domabili e sempre con qualcosa di stravolto nel ritmo. Alla prima pausa il boss ci dice che tutti stanno bevendo come cammelli.
Riprendiamo con azzardo, su alcuni pezzi ignoti e che spacciamo per nostri (bon, lì qualcuno del pubblico fa qualche gesto per darci dei ganasa).

Sono le due del mattino e proviamo a chiudere con Le scarpette, terza esecuzione della serata, e stavolta ci viene quasi giusta, un valzerino trallallallà. Ma col Marco che già brama il cesso e noi la birra, ci spingono di nuovo sul carro intimandoci un lento, che ci sono ancora troppi strusi erotici da completare.
Che sarà
Un delirio.
Poi smettiamo di suonare, forse per sempre.

Stamattina incontro un tizio che sembra mio zio. Non lo riconosco e, come sempre, mentre lui parla io cerco disperatamente di collocarlo.
Mi fa: – Grazie a voi ieri sera ho limonato con la Dele.
Ah okay. Ci salutiamo, lui ancora con grande riconoscenza.
Non so chi sia, né lui né la limonante, niente da fare, ma a noi grandi star della musica toccano rimozioni di questo tipo, altrimenti non potremmo inventare.

gene

Postilla
Ci sono due modi di sfuggire alle miserie della vita: la musica e i gatti.
Albert Schweitzer


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