tuttologia in direzione contraria

L’amore ai tempi della chiave

La Pina era sordomuta, l’Angelina appena meglio, nel senso che ci sentiva benissimo, pare, e parlava un po’ imbrogliato ma si capiva. Vivevano sole, con il fratello Netal che faceva il sacrista, in una casetta in sasso incastrata tra le altre, probabilmente umida e certamente poco soleggiata, con davanti un portico che pareva una galleria tra due carraie dal selciato instabile. Poteva essere il 2022, ma a loro non importava, erano sopravvissute all’epidemia e ogni giorno valeva un anno. La Pina cucinava, l’Angelina raccoglieva legna, il Netal cavava l’orto in riva al fiume, ormai il campanile era senza campane e di messe non se ne dicevano più. Già prima era un paese di miscredenti, ma poi erano morti anche i pochi fedeli, compreso il prete che non avevano sostituito. Non si poteva dire che facevano la fame, tutti erano tornati a ingegnarsi, chi col pane e chi allevando capre, e dunque barattavano. Il Netal scambiava ortaggi con altro cibo e con alcuni lavori di cui altri erano capaci. Insomma, la cosa funzionava, la Pina andava avanti nel suo mondo di silenzio e l’Angelina spiegava storie un po’ confuse che aveva intuito quando aveva vent’anni di meno e che le erano rimaste appiccicate nella memoria meglio delle parole per raccontarle. A occhio, non si poteva dire che fossero attraenti, neanche da giovani si erano sposate e adesso peggio ancora. Inoltre, dopo la frenesia di quell’anno dove bisognava lavarsi le mani cento volte al giorno, avevano ridotto le operazioni igieniche a quasi nulla, tanto era uguale e peggio non si stava, anzi, meglio forse. Però…
In fondo alla stessa carraia abitava il Puda, uno di quelli che non avevano visto cambiare le proprie abitudini: faceva poco prima ed era andato avanti imperterrito nel programma anche dopo l’ecatombe. Aveva mani buone e lo chiamavano tutti per qualche mestieretto insolubile che richiedeva pazienza, anche nell’attendere il momento giusto per eseguirlo, non sia mai di morire di fatica dopo averla scampata. Il solo posto dove si precipitava subito era la casa della Pina e dell’Angelina, in special modo quando il Netal era all’orto. Sembrava che in quella casa ci fossero un sacco di lavori urgenti. Neanche il Puda era proprio un figo, come dicevano nel gergo degli anni belli.
Poi ritornò un prete, vai a sapere quali dinamiche muovono la chiesa, rimisero le campane al loro posto e il Netal venne riassunto come sacrista, quindi era impegnatissimo. Lo seguiva nelle incombenze anche la Pina, che chissà quali pensieri di salvezza coltivava e che non sapeva spiegare nemmeno a gesti. Quindi era rimasta l’Angelina a occuparsi della casa. Ricorrendo spesso al Puda per arrangiare un tavolo o rabboccare un muro. Visto che spesso lei era in giro a raccattare legna, come detto, aveva dato una chiave di casa al Puda che così, spiegò al Netal (alla Pina no, tanto), poteva andare e venire quando voleva per tutte le magagne. Logico.
Dovevano essere lavori molto lunghi, anche notturni, ormai il Puda non stava più dietro a niente e non c’era verso di ottenerne la disponibilità, sembrava inghiottito dalle questioni edili della casa dell’Angelina e non rompetemi.
Intanto il Netal suonava a distesa alla minima occasione e aveva aggiunto anche i rintocchi delle ore e delle mezzore, pure di notte, con la Pina sempre a rimorchio con le sue imperscrutabili idee sull’Aldilà e rassettando la casa del prete, che come tutti i preti aveva le mani morbide e lisce come uova di rana.
Come si diceva poc’anzi, l’Angelina non era la Stefania Sandrelli, che era apparsa alla tele il giorno che compiva cent’anni ed era ancora di una bellezza insuperabile. L’Angelina, che di anni ne aveva meno della metà, doveva essere stata ben in fondo alla fila quando avevano distribuito l’avvenenza, ma non è detto che importasse, a questo punto, che certamente i progetti di avere un uomo le erano caduti dalle mani come foglie a novembre.
Nessuno avrebbe scommesso, ma in qualche modo bisognava rifondere il Puda per i suoi servigi.
Ogni tanto il prete, che era un ficcanaso, l’andava a trovare, servizio a domicilio, dato che lei in chiesa non metteva piede. La convinceva a confessarsi prima di darle un tozzo di pane come ostia e mezzo bicchiere di vino marsalato, operazione che l’avrebbe portata, diceva lui, dritta dritta in paradiso, al momento giusto. All’Angelina non importava molto del paradiso e neanche del momento giusto, ma il pane è sempre pane specialmente quando è poco, e accettava quelle smargiassate dello spirito che il prete le propinava.
E allora si confessava, pochi peccati, anzi, solo uno, ma bello grosso.
Il prete ne veniva fuori sempre indignato, ma non poteva fare altro, per via del segreto istruttorio o come cavolo si chiama, che ordinarle preghiere; penitenze puntualmente non ottemperate dall’Angelina che pensava a ben altro.
Non si capiva se fosse contenta che il Puda, che infilava la chiave a più non posso, le sistemasse tutto o se preferisse chiudere il cantiere. Aveva cominciato a lamentarsi che il porscelocc stava diventando esoso nel barattare, sommessamente tra sé e infine anche col prete. Il quale, dopo attente riflessioni sui suoi doveri di segretezza, trovò la soluzione al problema. Che applicò quando davvero l’Angelina sembrava, sottolineo “sembrava”, stufa del Puda e delle sue pretese.
– Cara Angelina, ho fatto cambiare la serratura così il Puda non potrà più usare la chiave per entrare.
– Pecaat…
Fine dei peccati e fine delle confessioni.

gene


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