tuttologia in direzione contraria

Il talento di Janos

A passi lenti nella notte sente pesare il suo talento. Janos è un calciatore dilettante che gioca ancora nei Seniori e ogni volta si sente sempre meno capace. Da mesi non può giocare, tutto è chiuso a causa di un virus indebellabile. Quando era giovane, Janos si annichiliva sotto tonnellate di agonismo e durezza, esaltato dal fascino del correre e dal grottesco senso del dovere collettivo. Il passare degli anni ha corroso queste corazze maledette liberando il suo talento, ma ormai si stava facendo tardi e a un certo punto si ritirò. Aveva 39 anni e gli altri correvano più di lui ed erano più duri. Non sembrava rimpiangere il gioco, fece altro, trovò perfino una vena di scrittore che non sapeva di avere.
Poi, a 53 anni, venne richiamato al calcio da alcuni amici. Per mesi zoppicò da una parte e dall’altra, spesso da tutt’e due con la curiosa conseguenza di camminare senza zoppia perché il male era uguale sia a destra sia a sinistra. Non riusciva a stoppare un pallone, calciava male, sbagliava posizione. I piedi erano così dimentichi degli scarpini che le unghie degli alluci gli si annerirono come se fossero state prese a martellate.
Ma non appena gli riuscì di stare in piedi senza dolori lo sentì, più vivo che mai: il talento. Nel giro di pochi giorni giunsero in sequenza visioni di gioco, finte di corpo, gesti tecnici, soluzioni improvvise. Senza nemmeno dover pensare. Non gli era mai successo quando il suo corpo rispondeva a tutti gli urti e s’involava in corse senza fine. Ma ora sì. Quasi quasi non aveva nemmeno bisogno di perdere il fiato, riusciva ad anticipare le mosse con un tempismo sconosciuto e in quello spazio dilatato tra la sua idea e l’arrivo di un avversario lui aveva già compiuto il gesto, perfetto. Era felice.
Poi era sopravvenuto questo virus e per un anno e mezzo non si poté né giocare né allenarsi, un’infinita oscurità della vita. Il tempo per pensare divenne interminabile e greve. E stasera, con le prime birre in compagnia dopo il tremendo confinamento, si accorge del peso del suo talento inespresso e buttato al vento. Sa che lo accompagnerà fino alla morte l’ingombro di quel talento ormai inutilizzabile.
Arriva a casa, prende il pallone, esce nel cortile fresco e si mette a palleggiare al buio.

gene

Postilla
Una cosa è avere talento. È un’altra cosa scoprire come usarlo.
Roger Miller


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