
Alle tre del pomeriggio il Frank riceve una telefonata e prima di rispondere sogghigna, posando il bicchiere. Non ho sentito la suoneria, ma non ci faccio caso perché lui col telefono fa casotto e a volte lo usa come mouse e si lamenta perché la freccetta sullo schermo non si muove. Altre volte agguanta il pacchetto delle Gauloises, ma la freccetta niente.
Come! Fermi in dogana?
Sono in allerta, immagino voci nemiche all’altro capo del filo, una volta si diceva così, ma adesso i fili del telefono non ci sono più, sono rimaste solo le gabole, intatte, incombenti.
E allora cosa facciamo?
…
Domani?
…
Non ne posso più. Faccio gesti frantumando l’aria.
Appende, o finge.
Faccio un passo indietro per spiegare che questo è un giorno speciale: arriveranno tutte le copie del mio primo romanzo del quale lui è l’editore e che è stato stampato a Germignaga, appena oltre il confine col Messico. Ci sono voluti nove mesi per arrivarci, come per ogni scarrafone. Il Frank ha adottato tutta la lentezza dei suoi ritmi, sprofondando in formulari e tecniche, con la maniacalità del suo essere stampatore d’arte. “La copertina non mi convince, i colori non sono giusti, l’impaginazione è una merda, guarda qua quante catene, faccio domani, aspetto una telefonata, Max non risponde, arriva Peter, stanotte non ho dormito, andiamo al Passetto, calma”.
Queste asserzioni, in quest’ordine o rimescolate a piacere, hanno accompagnato tutto l’iter del libro. Ormai mi sentivo come una patata nell’olio bollente, fritto.
Poi, zam! tutto pronto, nel mattino di questo giorno qua che siamo andati al Passetto a bere un rosso alle nove e mezza del mattino (lui si è già portato avanti in casa liquidando un mezzo litro dopo colazione). Tutto a posto, arrivano oggi e andremo a prendere il carico a San Quartin, chiamano quando passano la frontiera, mi ha detto ergendosi come un budda sulla sedia di plastica del bar. Sarà verso le due, ha aggiunto.
Alla una e mezza già pongo la domanda su eventuali notizie dal Messico, ma no, non ancora, pazienza. E siamo ormai alle tre, cioè adesso, che lui ha appena messo giù quella telefonata allarmante e io bestemmio.
Scoppia a ridere.
Ho abboccato e rido anch’io, ma sotto sotto ho il nervoso.
Quel libro lì è il mio riscatto, senza la spinta del Frank non l’avrei mai scritto e sarei andato avanti a montare capannoni, spaccandomi le dita sotto il sole cocente o con i piedi nel fango di novembre. Ma il Frank non può fare così, cazzo, alle tre del pomeriggio, quando l’attesa nuoce alle mie viscere come olio di ricino.
Comunque il camion è partito e tra un’oretta andremo a San Quartin a scaricare, mi rassicura, ma sempre col sorrisetto da sberleffo.
Andiamo in magazzino ad attendere e ci facciamo ancora alcuni bicchieri, che se poi ci fermasse la pola buenas tardes amigos.
Facciamo posto tra le scartoffie per l’imminente carico di cultura che mi aprirà un luminoso futuro di squattrinamento (con la cultura non si mangia, al massimo si beve, vedi Bukowski). Ma intanto non suona niente, il telefono giace inerte come il mouse.
Ma poi suona. È il Luca che chiede se i libri sono arrivati, così tanto per stringere la morsa che avvolge i miei poveri nervi.
Sai come sono in Messico, gli risponde il Frank arricciando i baffi soddisfatto.
Credo abbia avvertito tutto l’entourage sulla possibilità di prendermi in giro.
Infatti arriva anche il Coque, sulla sua bicicletta da levriero, pettorina gialla e cuffiette e piazza lì un “tanto se non arrivano oggi arrivano domani”.
Domani? Ma ci vado a piedi oltre il confine! dico battendo un palmo sul tavolo.
E loro ridono.
Ovviamente ci si beve un altro goccio, in una nuvola di fumo densa come ovatta. E saremmo alla fase semi-euforica, che però a me non sale. A loro due sì e intavolano uno scambio di opinioni sulla normalità dei ritardi che una volta hanno allungato l’attesa per un catalogo d’arte a circa una settimana. Mi pizzica la nuca.
Poi il coso suona ancora e già mi accascio, certo che il domani sarà dopodomani.
E invece sono qua, tranquilli che in mezzora siamo alla Perlas de San Quartin, che diamine, siamo gente seria noi, altro che.
In un lampo sono sul pickup, lato passeggero.
Il Frank avanza verso il mezzo nella sera di dicembre come se andasse a visitare un morto, compunto e lento. Ruzza nella tasca del gilet alla ricerca della chiave, si accende una paglia, monta e inserisce la chiave. Parla: non sono sicuro che si avvii, motorino difettoso, batteria vecchia, non so, ah no guarda qua che va.
Lo fa apposta, lo so.
Attraversiamo la pianura a circa quaranta all’ora, in terza.
Hai rotto la leva delle marce? gli chiedo, sarcastico ma non troppo, che il coltello dalla parte del manico ce l’ha ancora lui.
Abborda le curve a passo di lumaca, come se dovesse schivare sassolini o contare i fili d’erba secca, e poi sgasa in uscita in modo francamente esagerato, rischiando di travolgere qualche pedone notturno.
Arriviamo alla Perlas, io sono stremato. Ma il camion è lì, mai vista una cosa tanto bella. Non ha una gru, ovvio, e ci tocca fare a mano: mille libri confezionati a pacchi da cinque. Duecento, se il calcolo è giusto.
Il carico, sul pickup scoperto, sembra sempre sul punto di volare via, mi viene il torcicollo a guardare indietro mentre il Frank affonda l’acceleratore con gusto.
Ma arriviamo veh.
Portiamo dentro, quattro pacchi alla volta, in un andirivieni notturno da ladri di polli che allerta una pattuglia della pola.
Gli sbirri si presentano con il loro solito fare e il Frank finalmente se la caga, tirando qua papiri da sotto un mucchio di cartacce per dimostrare che è lui il titolare dello stabile e non un trafficante di droga. Me la godo, tié.
(per fortuna non fanno test dell’alcol)
Finalmente posso scartare un pacco da cinque, prendere un libro, odorarlo, guardarlo, aprirlo. Quasi piango.
È mezzanotte passata. Frank l’ha fatto apposta tutto quel cinema, per farmi gustare completamente la giornata. Me ne rendo conto solo adesso che lui non c’è più. Mi resta il Becaària, di noi due.
gene

