C’era una volta del cielo, un bellissimo lenzuolo con variazioni di rosso e grigio, ma soprattutto celeste e trapuntato di star. Adesso non so, non c’è volta che si veda.
C’era una volta di una cantina con i tini e le uve a fermentare e a trasformarsi in vini. Una volta che è crollata e le uve non fermentano più, cosi si hanno vini come cocacola che gli mettono lo zucchero dopo.
Ce n’era una volta così tanto alla sconfitta che se vinceva piangeva inconsolabile.
C’era una volta di un portico, dove passeggiare per guardare culi e gazzette, con la volta ad avere compassione un po’ di tutti.
C’era una vuelta che si disputava con fatica somma, ma ora hanno inventato l’elettricità, non si pedala quasi più e vanno sui Pirenei panzoni e vecchi di ogni sorta.
C’era una volata, ma non c’entra. Neanche una voluta.
C’era anche una ri-volta, anzi, molte, ma adesso ci si rivolta solo nel letto senza dormire, in preda a crampi e pensieri.
C’era un Volta che accendeva lampadine con la sola imposizione delle sue mani e pensava di illuminare l’umanità, ma è stato soppiantato dagli idrocarburi e roba varia che avaria.
C’era una Volta, la moglie di quello delle lampadine.
C’era una volta che ci ha dato di volta intruppandoci tutti.
C’era una svolta ma l’abbiamo mancata.
C’era un voltavia che non faceva favori a nessuno.
C’era una volta maltrattata così tanto che crollò.
gene
Postilla
Ma ‘sta volta, volge al bello o svolge cazzate?

