Le tribù dentro le quali siamo nati, le tribù dei nostri paesi, del mio paese, hanno riti esecrabili, celebrati da noi, da voi, da me e te. Si tratta di uno stigma verso qualcuno che da innocente diventa colpevole senza aver commesso reato. Basta la povertà, o il vestito della povertà o della minorità per coalizzare la comunità.
Mi viene in mente la sorte di una madre e una figlia del mio paese, incastrate tra cianfrusaglie di ogni tipo che raccoglievano nei loro giri, misere risme di giornali inzuppati, ombrelli dalle stecche spezzate. Vivevano in una grande casa sulla piazza, un pubblico ludibrio a portata di mano sguardo voce. I maiali asserragliati sul retro della casa erano trattati meglio delle due donne, bersaglio di ogni dileggio trasmesso di padre in figlio. Mi ricordo di una volta che la madre, già vecchia, mi invitò sotto il portico ingombro di ogni sorta di spazzatura per scambiare figurine per l’album di suo nipote. Ora mi commuove questo gesto della donna, ma allora diffidai e appena operato lo scambio di alcune doppie me ne andai premeditando qualche scherzo con i miei compagni. Ero mosso dalle parole di disprezzo e scherno degli adulti, senza una volontà precisa da parte mia ma convinto che così bisognasse fare. Questa cosa ha connotato la mia infanzia e parte della giovinezza, sempre senza scrupolo o dubbio. Poi le due donne furono sgomberate, la casa ripulita e abbattuta per far sorgere una palazzina rispettabile. La figlia finì al manicomio, la madre al ricovero dove morì non molto tempo dopo. Il paese si ritrovò senza vittime, esattamente come una tribù senza il lebbroso da rinchiudere nel lazzaretto con la colpa di tutti i mali. Ovviamente si volse verso qualche altro povero e non cito nessuno per non rinnovare il male.
E come il mio paese, tutti gli altri apprestano berline inchiodate alla malignità. Dobbiamo fare i conti con questa tara, quando scacciamo un mendicante o uno straniero, dobbiamo riconoscere che quando la comunità si chiude su sé stessa si ammala di una follia perfida. Lo vediamo tutti i giorni, se abbiamo gli occhi al servizio del cuore.
Per parte mia, provo rimorso ed è un sentimento tanto utile quanto lancinante. Per questo, quando posso abbracciare la sfortuna altrui mi sento un poco più degno del mio obbligo di stare al mondo. Se tendo a qualche forma di miserabile disprezzo, torpore dello spirito che tocca tutti noi ed è inutile far finta di no, penso alla madre e alla figlia e rinsavisco. E subito mi dico che non voglio appartenere a nessuna tribù del cazzo, anche a costo di finire nella schiera dei reietti.
gene
Postilla
Non è l’anima ossessionata ma il corpo affamato a creare un reietto.
Joseph Conrad




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