
La nuvola di polvere sollevata dalle ruote mi viene sospinta dai turbini di vento proprio in faccia. Vedo a malapena i cipressi e il manubrio. Mi sorpassa un tizio con un profilo da minatore e per un attimo mi guarda con occhi infuocati, ma senza la rabbia del penultimo. Sarà almeno un’ora che maledico Montalcino, che col suo vino da ricchi ci obbliga a un percorso del genere. Poco più in là sento scorrere la superstrada con le macchine in pieno sole e i finestrini abbassati che vanno a disperdersi negli agriturismi. Mentre io sono qua che non vedo niente come nelle nebbie del nord, su questa strada che chiamano bianca come se fosse una gloriosa verginità e non un buco merdoso. La sabbia abrasiva che sollevo io stesso mi ha scorticato le iridi. Ma il peggio sono queste gambe gonfie che pesano mille chili e vorrebbero staccarsi dal mio corpo. Almeno succedesse, avrei una scusa per sdraiarmi tra i fili d’erba mentre la polvere si poserebbe e io potrei lasciare che la vita facesse quel che vuole. E invece non faccio che andare piano, una lentezza disperata, e tutti quanti ormai sono davanti ad alzare sabbia bianca, tutta per me. Qualcuno sarà già arrivato a Montalcino e spero che il vino gli vada di traverso. Qualche disgraziato a bordo strada mi spinge e ingolla sabbia pure lui, ma ne sembra felice, partecipe di un eroismo da folli. Non ho più acqua, l’esofago mi brucia e penso che le mani non si staccheranno mai dal manubrio, neanche tra un secolo. Questo sterrato da trattori è in mondovisione, per la gloria degli enti turistici, degli organizzatori, dei bambini a cui dare esempi, degli emuli in mezzemaniche che domani rifaranno questa stronzata solo per raccontarla al bar. Non so quanto manchi all’arrivo, magari è lì su quella collina che intuisco, e credo che qualcuno ancora mi aspetti. Beh, lo deluderò: io torno indietro e voglio vedere se la nuvola di polvere mi segue. Fanculo anche il Brunello.
gene
