tuttologia in direzione contraria

Tritapalle

Dove a richiesta si riesuma un marchingegno

Il macchinario sta lì, appena fuori lo Stade de Genève. Si tratta di un marchingegno risalente agli inizi del secolo. La targa descrittiva dice Cisaille Guillotine, ma è un comune e insidioso Tritapalle. Già in funzione nel quartiere Servette dove sorgeva il vecchio stadio des Charmilles, quando fu costruito l’impianto attuale alla Praille, all’inizio degli anni Duemila, ci fu l’idea di piazzarlo a bordo del nuovo campo, ma la proposta non fu accettata dalle autorità calviniste che ci vedevano qualcosa di papista e fu quindi posato dove si trova ora, tra denti di leone e asfalto, in una specie di oblio a due passi dalla fermata del bus.
Ma a cosa serviva? A mo’ di ammonimento per gli avversari, del tipo: occhio che vi si trita, a suon di gol e di strizzate. Un aggeggio motivazionale, dunque, e non ho cronache di una sua applicazione pratica di vera frantumazione gingilli. Ora è sorpassato dalla civiltà, quella stessa che ha svuotato gli stadi per questioni sanitarie. Del resto, oltre alla minaccia del virus, mica si poteva assommare qualcosa di più plateale nei tristi tempi in cui evolvono i calciatori. L’atteggiamento ormai cosmopolita di Ginevra ha fatto il resto, museando il coso, ma non troppo in disparte, non si sa mai.
Alla partita il Servette ha poi tritato lo Young Boys campione svizzero, senza bisogno della rivoluzione industriale rugginosa e balzando sulle spalle del Basilea al secondo posto della classifica. I ragazzi di Geiger hanno stretto la morsa nella zona delle parti basse giallonere e hanno vinto una partita disputata a ritmi, quelli sì, ottocenteschi. Forse per spremere più a lungo.
Aspettando il bus ho scambiato due parole col Tritapalle e lui si è messo in moto, felice, stritolando un maggiolino e due soffioni, con un maestoso cigolio da tempi andati. Sono cose che fanno piacere.

gene

Postilla
Nel passato gli uomini subivano la tortura della ruota, adesso subiscono quello della stampa. Questo si chiama progresso.
Oscar Wilde


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