Moleno 2021
Testo scritto come sempre la notte, una incerta di giugno. Letto al palco libero benefico Badabum il 3 luglio

Più ancora dell’avere in sé, è il bisogno di possedere che tormenta i giorni e le notti
Non abbiamo niente, le cose che ci stanno accanto e le emozioni che teniamo dentro non sono stabili e definitive, ma vanno e vengono, nascono e muoiono, si perdono, si rompono, cambiano. Ciò che più di tutto pensiamo di possedere, la nostra anima, non ci appartiene: viaggia felice o distrutta trascinandoci appresso, spesso senza nemmeno ascoltarci. Spendiamo la vita a volerci conoscere, senza riuscirci, tanto è mutevole il senso che abbiamo di noi stessi. Ci aggrappiamo all’effimera certezza di un punto d’arrivo dove staremo bene, ma confondiamo un rifugio solido e chiuso, un porto, con una barca pronta di nuovo a solcare l’oceano senza nessuna terra in vista.
Quante volte ci diciamo che non vorremmo essere fragili o cattivi, o che non vorremmo avere una malattia o una pena? Questi buoni propositi sono tardivi, inseguono invece di precedere i fatti che indipendenti da noi accadono e ci muovono poi per riflesso dal posto in cui siamo, ma senza sapere per dove e con chi, in quale tempo e spazio, come se ciò importasse davvero. Ci fermeremo per istanti che chiameremo giorni mesi anni, calcoli che sono solo il desiderio di una misura ignota che possa infrangere l’inerzia. Non troviamo nemmeno quella, confondendo reazione e progresso restando inchiodati sul posto.
Quando usciamo o dobbiamo uscire dalla gioia, ci sentiamo prigionieri dell’infelicità che pare infinita anch’essa, eppure basta una mossa del domino, una tesserina che cade, per trarci incatenati dagli affanni e riportarci alla pace. E ancora una volta, immemori dell’accaduto, pensiamo che sia fatta, che abbiamo imparato. Poi arriva un qualche tipo di lutto, un’altra tesserina che cade, a frantumarci l’illusione in cui ci stavamo specchiando vedendoci finalmente belli e risolti. Qui è l’errore: crediamo di poter trattenere, di possedere consolazioni e misure, cose e persone, come vane fronde il vento. Non ce la faremo.
Non solo non ce la faremo chiedendo aiuto, no, non ce la faremo neanche da soli, poiché proprio la solitudine ci spingerà di lato senza preavviso. E se insistiamo a volercela cavare con le nostre sole forze, o con la compassione travestita da ricatto che spesso infetta legami sociali e personali, non troveremo nessuno che ci dia un conforto o una spinta, non lo vedremo. Per questo motivo non possediamo neanche noi stessi, non ne abbiamo la forza, oltre a non averne il diritto.
Qui arriviamo, o meglio torniamo al capolinea della tremenda idea sbagliata di poter possedere altro o altri fuori da noi stessi. E la mettiamo anche in pratica questa idea fallace, orbati, col risultato di agguantare e consumare con voracità cose e persone come se fosse un dovere. Che una volta prosciugate dal senso che abbiamo dato loro e dal compenso pagato, eliminiamo con il miraggio di lenirci e di mitigare il senso di vuoto che secca il sangue nelle vene, per sostituirle con qualcosa d’altro, che presumiamo nuovo e consolante, vagheggiando ancora il possesso e ricominciando il giro delle illusioni. È un veleno che goccia dopo goccia ci vela la conoscenza e quindi ci rende oppressi.
Tutto ciò perché non sappiamo accettare l’assoluta verità, e cioè che non possediamo niente, non abbiamo niente. Se sapessimo accogliere questa certezza, questa soluzione, questo alleggerimento, all’inizio della nostra partecipazione alla vita, allora potremmo assaporare tutte le bellezze dell’effimero che si rinnovano a ogni respiro, meravigliandoci. Sgravati dal peso di essere e di avere o, ancor peggio, di conservare, fluttueremmo in continuo movimento appresso alla nostra anima che, in compagnia delle anime degli altri, ci accompagnerebbe alla completa libertà collettiva.
Non si tratta di un’ipotesi di vita ultraterrena, o della mano di un dio invisibile, e quindi inesistente, e che pure vogliamo stolidamente possedere e dietro a cui ci nascondiamo, come i bambini quando si celano dietro la manina per occultarsi al mondo: non è questo.
Si tratta invece dell’orizzonte mobile e visibile della nostra esistenza, di ciò che ci induce a camminare senza più pesi e senza il bisogno di giungere. E nel durare del viaggio senza fine, riempiti della luce aggraziata del non essere e del non avere, diventiamo immortali.

gene
