tuttologia in direzione contraria

Le notti aperte

Janos torna, o va, in un posto ricavato tra i muri in sasso, ai piedi delle sue montagne, un cortile lasciato quasi per miracolo alla sua semplice bellezza originaria. Ha con sé quattro foglietti che leggerà, qualcosa sul suo senso delle cose che ha provato a formare in una delle notti aperte che lo aiutano a stare in piedi. Spera in quel po’ di attenzione, forse solo nel non incepparsi mentre leggerà, con gli occhiali ormai. Una pioggerellina evapora via e lascia un cielo limpido che si imbrunisce felice nell’aria fresca di luglio. Alcuni ragazzi hanno organizzato questo piccolo festival per raccogliere qualche soldo utile a una colonia estiva che si farà, per bambini di famiglie povere o emarginate che non si possono permettere molto oltre il cibo e i vestiti. Già questo lo esalta e lo commuove, come una bella partita di calcio squilibrata.

I musicisti che si susseguiranno sul piccolo palco addossato ai sassi sono tutti giovani, o almeno lo sono molto, ma molto più di lui. Tra loro, anche Gi, sua figlia. C’è un’attesa che la musica cominci, dentro a una dolcezza sperata ma non fino a quel punto lì, dove in uno spazio sospeso tra gli artigli del tempo tutti i partecipanti ritrovano quell’assieme preistorico, così piccolo e per questo enorme.

Janos prende una birra e si accomoda in una delle sedie di plastica, in compagnia del suo amico Meo e della sua mamma, e di Gi che è tesa e pronta. Sono una famiglia e lui, con i suoi fogli nella mano sinistra che sembrano caldi, questa cosa la sente come una carezza.

Prima c’è un duo che propone una bella canzone in spagnolo. Poi tocca a Gi, che sale sul palco con la sua chitarra. L’attenzione del pubblico, non più di cinquanta persone, è calma: niente strepiti da evento (che parolaccia, questa) o distrazioni da bar.

“È quasi sempre bello se dal buio arriva il giorno
È bello se le nuvole sono solo un contorno

Ma fuori com’è?
Come lo volevi
Dietro le serrande il sole
Ma fuori com’è?”

Janos ascolta sua figlia, trepidando per qualche questione tecnica, del canto o della chitarra o dell’amplificatore. La sciocca tensione svanisce, Gi s’invola perfetta nella sua canzone, anche se non è sua ma di Coez.

Il Meo vorrebbe correre ad abbracciarla ma Janos lo trattiene, ce n’è ancora una, questa volta di Sam Cooke. Gi la presenta ricordandone la breve e sublime vita di diritti spesso negati, sempre rivendicati. Ci sono anche Malcolm X e Mohammed Alì, come un universo che si comprime. Janos capisce che nei suoi fogli il senso c’è, e sono le cose distanti che si congiungono impastate di passioni e ragioni.

“If you ever change your mind
About leaving, leaving me behind
Baby, bring it to me
Bring your sweet loving
Bring it on home to me”

Gi viaggia nel suono risalito da un passato lontano e lo fa suo. Non ha mai cantato così bene, pensa Janos. E naturalmente si consola per le sue manchevolezze di padre, che seppure non volute, ci sono state, ci sono e chissà quanto pesano. Ma almeno in quel momento sente che la vita e gli inciampi sono quanto ha davvero e forse possono essere come vento tra le piume. La ama.

Gi torna a sedersi, il prossimo sarà lui coi suoi fogli notturni. Fa in tempo a dire brava a sua figlia, che naturalmente è un vuoto di parole a confronto dalla danza del suo cuore che lei ha scatenato.

Sale sul palco e legge, con uno sguardo rinnovato, quasi senza occhiali. Forse lo ascoltano proprio per questa sua voce nuova, una luce che nemmeno lui sapeva di avere e che gli andrà bene nelle sue notti aperte.

gene


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