
Non aveva promesse, la pianura battuta da vento e acqua, e i tergicristalli impazziti faticavano a star dietro. E poi si doveva pensare a come salvare una classifica emaciata. La giornata, pure lei, era cominciata di traverso a colazione, con il mio vecchio che risucchiava il pane dal caffelatte come una pompa idraulica. Poi c’era quella storia della messa che se ci andavo avrebbe fatto tanto bene alla nonna morta da poco, tanto per ricattare. Ma non ci andai e a mezzogiorno mi trovai nel piatto musi lunghi e una bistecchina impietrita.
Andai alla partita, invece, con la stessa voglia della messa. I dirigenti avevano reclutato all’ultimo alcuni ragazzini per arrivare a undici, esserini turbati quando invece ci sarebbero serviti alcuni semoventi per mettere al sicuro almeno l’area di rigore. E pioveva come se non avesse mai piovuto prima. Gli altri erano una squadraccia che da neopromossa aveva l’entusiasmo dei primi anche se penultimi.
Non c’era voglia di uscire dallo spogliatoio, le finestre appannate davano segnali d’inverno. L’arbitro, un quarantenne sale e pepe giunto dalla città con un vestito che sarebbe andato bene in una dolce notte da night club, non sentì ragioni: ai suoi cinquanta franchi di trasferta non rinunciava.
Anche la monetina ci diede contro, obbligandoci a giocare contro vento. I pochi spettatori erano asserragliati sotto la tettoia della buvette come le mucche sugli alpi. Dopo neanche dieci minuti loro avevano già segnato e gli adolescenti avevano la bocca stortata dal freddo. Il nostro libero, quello che sta per ultimo e vede tutto, gridava ordini ma la voce tornava indietro spaurita e andava via verso sud, libera e inutile. Davvero mi domandavo se fosse la stessa cosa dei nostri discorsi sul mondo, quando le parole sembrano cippi di pietra nella prateria e poi ci si volta e non ci sono più. L’arbitro andava impettito qua e là fischiando a caso ma con senso del dovere. A centrocampo non riuscivo a tenere il volante in mezzo all’acqua orizzontale e alle entrate giubilanti dei loro criminali.
Più volte il nostro libero, che vantava una certa carriera e pensava che contasse anche lì in mezzo al fango, chiese all’arbitro di interrompere e mandarci a casa: le raffiche sibilavano gocce come punte di coltello, non si vedeva quasi niente oltre cinque metri e il campo era una palude dove tutti stavamo perdendo brandelli di poesia. Senza nemmeno ridere o piangere. Ma l’arbitro spiegava con una certa deferenza che bisognava andare avanti imperterriti, anche solo per rispetto del pubblico, che ormai si era sfocato nella tempesta.
Non si potevano segnare altri gol, il pallone o volava in favore di vento verso terre straniere o veniva respinto indietro con traiettorie arcuate che foravano la nebbia e tornavano a terra da qualche parte sconosciuta.
Alla fine del primo tempo, alcuni ragazzi tremavano in lacrime e li dovemmo mettere sotto la doccia per provare a farli calmare. Mentre i pochi con le mani ancora salde imboccavano il tè agli infermi, il libero uscì in cerca dell’arbitro con un passo che in partita non gli era riuscito. Gli andai dietro perché mi pareva che non fosse più in grado di mantenere un contegno e anche lui aveva le labbra bluastre. Spalancò la porta dello sgabuzzino e agguantò l’arbitro, che si stava pettinando, stringendogli la casacca sulla quale lo stemma della federazione sembrava in procinto di piangere anche lui.
– Se te la pianta mighi ilé subut a t’an crompi più da vistì – gli disse trascinando le consonanti che si indurivano nel gelo. Di quali vestiti parlasse non sapevo, ma l’arbitro, uno di quei duri che sotto minaccia e con la divisa maltrattata si sentono giusti tre volte, gli rispose che ci avrebbe squalificati tutti piuttosto che rinunciare ai cinquanta franchi.
A quel punto tornammo negli spogliatoi, facemmo una colletta e gli portammo sessanta franchi, che accettò con un filo di disapprovazione. Chiamò il loro capitano e dichiarò finita la partita, senza nemmeno bere una birra con noi, il pidocchio.
Mentre tornavamo con l’acqua che si spiaccicava sul lunotto posteriore e bisognava frenare di continuo, sorpassati anche dalla nebbia, pensavo che i sessanta franchi fossero stati spesi bene. Mesi dopo, quando ci eravamo quasi dimenticati, ci diedero per sconfitti a tavolino. Quello sì un cippo nella prateria. O peggio.
gene
