tuttologia in direzione contraria

Un altro modo di vincere

Non poteva essere altrimenti, in termini numerici: sette gol l’Aarau, zero il Someo. Secondo la logica ferrea che le reti in più fanno la vittoria, marcano il territorio, definiscono un valore, acconsentono di continuare il cammino drammaticamente eliminatorio, questa è la cosa che conta. E non ha nemmeno senso parlare delle categorie di differenza – le sei a favore dell’Aarau è come se si facesse giocare una squadra di prima elementare contro una di seconda media – poiché sembrerebbe una scusa, una pregiudiziale da attivare col sorriso, tanto è uguale, sarà bello lo stesso, è stato bello lo stesso. Il senso è che ci sono altri valori essenziali.
Uno di questi è il convincere una parte di popolo ad andare allo stadio, in questo caso il campo, termine che più proletario non si potrebbe. Un altro è riuscire a mettere sotto i ragazzi dilettanti con nuovi allenamenti e nuovi pensieri, ragazzi perlopiù in vacanza dopo un anno di lavori e dolori e con tante altre cose nella testa. Infine, il giorno della partita, unire questi due elementi e fare in modo che ne venga fuori una cosa ben fatta.
Il mio amico Patrick, che è il presidente del Someo, è una specie di Mujica, e anche se non sa dell’umiltà indefessa dell’uruguayano, fa le stesse cose con pochi soldi e tante idee ordinate, e con la gentile capacità di coinvolgere il popolo. La cosa è riuscita benissimo, il campo si è colorato in quella luce d’agosto che già propenderebbe per settembre ma è trattenuto dalla canicola. I suoni sono cristallini come i primi vagiti del mondo e perfino i gutturali canti ritmati dei tifosi ospiti sono accolti con piacere, tra un vaffa a squadre non presenti e attaccamento ai cervelat. Rispondono improvvisati i cori di uno sparuto gruppo ultrà biancoblù che stravede per Nino, incitandolo a non avere paura, che altruismo e fantasia contano di più che tante balle tattiche.
E poi si gioca, quelli dell’Aarau sono giovani cavalli di razza anche quando camminano, il calcio è il loro lavoro, hanno quell’istinto animale nel girarsi, nel saltare, nel sentire l’odore del gioco, nella percezione degli spazi e delle traiettorie. Quelli del Someo, però, si piazzano con una forma ancestrale, con la fermezza dei muli sotto la pioggia e andranno avanti così per novanta minuti, semplici e precisi, con quella dignità del fare le cose per bene e poi vada come deve andare. La partita si svolge con una regolarità geometrica: gol a scadenze regolari, squadre che interpretano sé stesse con coerenza, popolo in festa, aromi di premio per tutti, dalla vittoria al cibo e alla birra.
Già, perché quando tutto è finito si rimane lì in tanti, forse tutti. Mentre si mangia un risotto, quello sì, almeno da semifinale mondiale, si ha il tempo per applaudire i ragazzi del Someo che ovviamente si aggiungono alla festa. Applausi anche a quelli dell’Aarau, ma sono omaggi un po’ malinconici perché loro stanno oltre la rete metallica, separati, seduti sui gradini degli spogliatoi mentre mangiano da scodelline di plastica, forse birchermuesli o integratori che l’ordine militaresco dei professionisti impone. E vanno via presto su un bus immenso, salutando un po’ stancamente, mentre quelli del Someo rimbombano al campo fino a notte fonda e qualcuno torna a casa a piedi nel buio colloso, vincendo la partita.

gene


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