
Quando lo racconteranno ai millennials non ci crederanno. Eppure anche i boomer hanno i loro tormenti, tipo la scuola. Reclute. Comincia in luglio, quando le altre scuole chiudono e il mondo va in vacanza o si butta nel torpore ozioso delle scuse estive per non far niente. La leva militare è invece un tormento di quattro mesi con abiti ripugnanti e aggeggi da portare in giro con la voglia dei penitenti, sempre a comando e con la libertà delle sere civili trasformata in traveggola.
Il primo giorno, dopo un viaggio in treno con aria da gita, arrivano lì alla caserma come tanti brozzoni west coast e nel giro di qualche ora si ritrovano con lo schioppo oleoso e un pranzetto a base di wienerli e acqua.
Che gente, fa il Malfanti nel suo dialetto di Sonvico con la e finale, dalla gente al campe. Intende, indicandoli, i superiori già vestiti di tutto punto e che aspettano come faine al pollaio.
La prima sera, porcocane, a guardare dalla finestra il tramonto argoviese in molti si commuovono, ma solo perché alle dieci bisogna essere in camera. Alle dieci! Anche il giorno prima si rincasava alle dieci, sì, di mattina però. E il risveglio nella camerata è una luce abbagliante, urla di comando, colazione col Nesquik (e acqua) che probabilmente ha dentro qualcosa per non far tirare l’uccello, l’organo con cui si ragiona attorno ai vent’anni e che per l’esercito è un simbolo di ribellione da reprimere. Altro che mammine e morosette.
Le prime settimane sono tutto un imparare distintivi e regole formali. Ma neanche all’asilo tra elefanti e gelati come contrassegni, però è così.
Mi fanno male i piedi, risponde il Rovelli alla domanda sul motivo delle adidas Rome invece degli scarponi.
Come ci si annuncia? lo corregge il caporale Sieber, un pivellino di origini ungheresi con dei tic espressivi non da poco.
Caporale, mi fanno ma…
Caporale! Zappatore tal dei tali! E poi può parlare.
(zappatore è il corpo delle truppe del Genio dove ci si illude di costruire cose sensate, con la zappa)
Caporale, Zappatore tal… Rovelli… ehm… cosa devo dire adesso?
Vanno avanti ancora un po’ a non intendersi bene, poi il Rovelli deve correre a mettersi gli scarponi sennò la sera niente libera uscita, per nessuno dei centoventi della compagnia e la colpa la danno a lui.
Qualcuno finisce agli arresti perché proprio non ce la fa a ubbidire, ma in genere si adeguano cercando tattiche più furbe per sbrindellare il sistema. Tipo annunciarsi di ronda e nascondersi al nemico, con le birre e i salametti. Oppure rubare in cucina dell’ottima carne di scimmia in scatola da far esplodere col fornellino da campagna.
Ma quando c’è da pulire l’attrezzatura varia e infinita è meglio darci dentro. Se si perde qualcosa lo si va a rubare ai tedeschi, tanto loro ci credono e non hanno tempo per i dubbi. Il coltellino, se perso, va ricomprato, sedici franchi. Col cazzo! Lo zappatore Stillhard ne ha uno abbandonato a terra mentre si concentra allo stand di tiro immaginando comunisti, e zacchete e ciao, sedici franchi risparmiati.
Se si comportano bene, la sera hanno tre ore per andare in città.
Sciamano dal Gasthaus Sternen al night, questo ovviamente ancora chiuso, gli orari non sono quelli della caserma. E allora, giù birre, e i rientri canterini si trasformano in marce punitive il giorno dopo, con tanto di cerchi alla testa che fanno davvero amare la terra patria che sono chiamati a difendere.
Il Malfanti non ne vuole sapere, assomma ammonizioni a tutto spiano e non lo vediamo per giorni e giorni.
A stagh in preson a faa nigot, e come dargli torto.
Il mercoledì pomeriggio c’è il prete con i gradi di capitano, e seduti ai banchi come scolari ripetenti bastano gli sguardi per divertirsi a ‘sta cosa folle. Il seminario è frequentato anche dalla foltissima colonia degli anticlericali, ma solo perché per due ore possono dormire senza patemi, liberati dal senso della vita all’incontrario propugnato da un prete graduato.
Il giovedì è in programma la ginnastica, ohibò, per la quale il Rovelli si presenta in trenig verso le nove ma lo rimandano a cambiarsi poiché comincia solo dopo pranzo. La ginnastica non è mica una partitella o qualche corsetta, no: è strisciare e saltare immaginando un nemico, col caporale Sieber a rendersi incredibile con una tutina Nabholz della Ackermann che le hanno finite anche a Budapest.
Poi, per due mesi ritornano in Ticino, dislocati a mettere in pratica l’addestramento, con strade da scavare sulle montagne leventinesi e territori luganesi da difendere a costo della vita e con granate finte. Per dire, lo zappatore Toscanelli, che è uno di quelle parti, va col Malfanti a difendere la madre e si assentano per un giorno, come catturati dal nemico, e nessuno se ne accorge.
Ormai si è al punto che gli zappatori hanno capito come va e tra una scusa e una fuga riescono a non fare quasi niente di utile, inseguendo il dilettevole come se fossero vacanze. Il tenente Blumenthal non è molto d’accordo sull’andazzo, ma il Malfanti gli fa che se non è contento può tornarsene nel suo Grigioni di merda. Col risultato di finire piantonato in cucina, massima punizione possibile a quel punto del servizio che si sta più al Grotto Serta che in tenda.
Una sera prendono su un Pinzgauer e in una decina fuggono di frodo a Lugano per far festa, ma sulla precaria strada del ritorno bucano. Piantano il mezzo e se la fanno a piedi. Il giorno dopo, inchiesta, che cade nel nulla come a Corleone. Sono tutti sfiniti, compresi gli uni e gli altri.
L’ultima settimana, tornati in Argovia, è interminabile nella noia dell’attesa e nell’atroce pensiero che sì, sta per finire, ma gli hanno rubato quattro mesi di vita. E sappiatelo questo, voi generazioni future che li accuserete di eccesso di bambagia!
Okay, di tutto questo i boomer ne parleranno a ogni rimpatriata, annoiando le eventuali mogli e suscitando fastidio nei figlioletti millennials alle prese col ketchup sintetico. Senza peraltro riuscire a spiegare quanto è stata dura la vita al fronte, con un nemico immaginario che incombeva e la stretta necessità di schivare il rancio per mangiare i salametti portati da casa.
E quel dover fare i conti per tutta la vita con la nostalgia della crema Stalden alla vaniglia o del paté in tubetto.
Diranno, facendosi compatire.
gene
