tuttologia in direzione contraria

Il mio nome è Roubaix

Corridori di stagno, una corsa che spezza le vene delle mani, tre debuttanti che si giocano la vittoria nell’improvvisa nitidezza del velodromo di Roubaix. Cadute a decine, una natura implacabile, distanze continentali, biciclette che si spezzano, affrante.

Alla Foresta di Aremberg è una trincea da Grande Guerra da dove sbucano fantasmi, come se Sante Pollastri li spingesse alla macchia ribelle. Tutto si sfracella, si infrange e si impantana, vibra tra le pietre e il fango, con radi sospiri di erba macerata che serve a schivare fossi e a tenere l’anima dentro le carraie e i denti.

C’è Mathieu van der Poel che sulla schiena si porta il nonno Poulidor, l’eterno secondo e per questo immortale. C’è Sonny Colbrelli che ha la forza di imprecare al mondo ad ogni sasso che gli sbilancia le ruote. C’è Florian Vermeersch che forse non si capacita della sua stessa volontà di fuga. C’era, prima e tutto solo là davanti, anche Gianni Moscon, ma l’inferno gli ha palesato una strada ingobbita e screpolata e lui non ce l’ha fatta più, solidificato tra il suo acido e la terra infame.

Non si può che guardare in silenzio, gli occhi sbarrati e il fiato ricacciato, questo esercito di terracotta impegnato a sopravanzare senza distruggersi, un pedale dopo l’altro a rimestare fango e sputo. Si piange, per chi vince, per chi perde, per la fragilità e la forza. Arrivano con le ultime stille appiccicate alla catena, passa Colbrelli, poi Vermeersch, poi van der Poel.

Tutto e tutti crollano nell’erbetta beffarda del velodromo, spiaccicati dalle forze arcane che hanno mosso e arrestato senza senso, i dadi lanciati da una follia esplosiva. Le facce restano a terra e sono maschere che si staccano dal viso. La mano del destino è spietata, si trastulla sempre con la mancata divinità dell’essere umano, ma stavolta ha perso e l’ha reso eterno.

gene


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