tuttologia in direzione contraria

Due giovani sposi

Premio Casè 2021
“Un lessico familiare fatto di complicità ci fa spettatori della straordinaria giornata di Meo.
In lui e attraverso di lui viviamo la meraviglia pura, libera dalle convenzioni sociali.”

Dove si racconta di un formidabile viaggio per superare le menomazioni.
Il viaggio in teleferica è come se fosse il primo passo nella storia dell’umanità. È atteso con fervore anno dopo anno e si rinnova ogni volta: il Meo è già pronto con lo zaino la sera prima e costa fatica convincerlo a dormire senza. La vigilia è qualcosa di memorabile, con gli Scacciapensieri a inframmezzare scatti di nervoso che solo un cioccolatino o una mezza birretta possono acquietare. Il Meo sgarla sul fondo dello zaino alla ricerca di tre vecchi biglietti che poi esibisce come validi anche se portano la data del 2018 e io gli dico che okay, sono ottimi. Li ripone come reliquie, assieme alla sciarpa e al martello, neanche facesse un freddo cane o ci fosse da spaccare tutti i sassi della montagna. La sciarpa tra l’altro se la mette soprattutto nella canicola di luglio, stringendola fino a diventare tutto rosso e guai ad allentargliela, si offende. Ha anche una corda che ogni tanto annoda allo zaino, per il gusto di vederla penzolare mentre gira per casa in quella guisa. Quando lo tiro per la corda, per inzigarlo, sbraita che quella è la sua corda.
Siamo abitati da ragioni imperscrutabili che la ragione non conosce.
Il Meo è spesso insicuro e quando scende le scale non sempre lo fa con nonchalance, specie se non c’è un corrimano. Ma se trova la strada, poi è fiero e guai ad aiutarlo: Faccio da solo! Se deve risalire, invece, con il piede destro agisce con giudizio, uno scalino alla volta, ma col sinistro ne fa due, così, per confermare il suo mondo che ai nostri occhi banali è irregolare ma per lui va benone.
La follia è nella ripetizione cosciente dei giorni.
La sera della vigilia compie ogni gesto casalingo con lo zaino in spalla e non è facile dirgli che almeno a tavola se lo dovrebbe togliere. Rinuncia a questa bizzarria standosene seduto a guardare il Coyote, con un casco da moto sulla testa e a visiera abbassata. Ho provato anch’io quell’affare (in sua assenza altrimenti è ira allo stato puro) e in effetti mi pare che la tele si veda meglio.
Per mandarlo a letto, dopo aver provato con le buone, con il tè rosso o con qualche vana promessa che non fa che peggiorare la sua ansia, gli suono un paio di canzoni di suo gusto. A quel punto si arrende, sale le scale nel suo modo sincopato, si denuda, annuncia zelante che non c’è il sole (sono le nove di sera, vedi te) e si corica con la fantasia spalancatissima.
Nella notte lo senti che deambula dal letto al cesso, più volte. E verso le sei è già pronto e verboso. Lo convinco con pazienza che è ancora troppo presto, desiste con qualche rimostranza, si ributta sotto al piumone ma non dorme più e va avanti a parlare da solo su temi spesso oscuri.
Ci sono parole nel cuore che non arrivano alla bocca.
Le due ore che poi precedono la partenza sono un parossismo di intoppi emotivi, dalla canottiera ai pantaloni, per non dire della complicatissima colazione che ingurgita senza nemmeno masticare, per la foga che lo pervade. Quando si arriva agli scarponi bisogna pregare che non decida di partire a piedi nudi a causa di un qualche incaglio nell’infilarli.
Questa domenica qua, nell’auto che percorre la valle inondata di sole, è tutta una musica a manetta e guai se io salto una strofa o sbaglio una parola, con la mamma che ci prega di fare un po’ più piano.
Quando arriva la teleferica, dopo il rito rumoroso dei biglietti, la saluta con un giubilo che non può non commuovere, anche se qualche turista in esagerata tenuta da K2 lo guarda con la faccia di circostanza, come se non capisse il motivo di tanto disturbo della quiete pubblica.
All’ondeggiare della cabina quando oltrepassa i tralicci manifesta un sincero sconvolgimento di felicità e all’arrivo scende per primo cercando subito il gabinetto perché ormai la pipì gli scappa fortissimo. Poi dice che lui va al ristorante per le pomfrit, anche se sono le dieci di mattina. C’è un sole d’altura che spacca i sassi e guai a mettersi un cappellino, ma bon, queste sono fisime di noi borghesini.
Vogliamo che gli altri ci somiglino.
Ingannandolo, con la proposta di andare sulla comoda strada che porta alla diga e da lì ai pomfrit, deviamo su un sentiero che ci sembra praticabile. Protesta ma neanche tanto, però a metà cammino si stufa e si siede di traverso e poi per smuoverlo ci vuole un po’, mentre quelli del K2 lo scavalcano irritati come se fosse un morto. Nel momento di massimo scoramento da parte nostra, quando immaginiamo di restare per sempre incastrati nella montagna mentre lui dà martellate alla morena strozzato dalla sciarpa, si rialza e riparte, rassicurato sulle sue gambette indecise.
A questo punto sono passate le undici e ormai il Meo allunga il passo strambando sui ciottoli perché il traguardo del ristorante è improcrastinabile e noi dietro a cercare di non farlo cadere nel lago.
Ci arriviamo, facciamo l’aperitivo, che per lui è un preliminare incomprensibile e allora va sull’altalena del parco giochi, che però è a misura di bambino e ci si conficca a fatica, peraltro divertendosi e attirando anche un certo pubblico spaesato.
Ci sono cose ferme da secoli che ripartono e fuggono.
Poi mangiamo. Questa fase è per lui l’apice del godimento, una specie di autoscontro in salsa ketchup con i pomfrit e l’impanata che, se non fosse per l’accorto centellinare della mamma, ingurgiterebbe in un colpo solo, piatto compreso.
Si fa fatica a trattenerlo, ormai per i suoi canoni la giornata è compiuta, vuole tornare giù alla teleferica e scalpita in terrazza, con zaino e corda d’ordinanza, mentre noi poveri abitudinari non abbiamo ancora ordinato il caffè.
I casi urgenti appassiscono prima.
Si parte e, per quella questione dei cali di fiducia in assenza di corrimano, gli offro la mia mano e lui la stringe come se la offrisse a me. Discendiamo il sentiero come due giovani sposi. La mamma ride e pensa che anche per questa volta è andata. Il rientro durerà un anno.

gene


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