tuttologia in direzione contraria

Lettera dall’ombra

Anno Secondo della Peste

Ciao caro Franco,
scusa la banalità del saluto, che cade nel vuoto come questi giorni cadenzati dal tempo, sole e nuvole e nient’altro. Proprio ieri stavamo ridendo a crepapelle del tizio elegantissimo ma con le calze di lana che gli uscivano dai mocassini, un fagotto oltre il tallone che gli dava un’aria trasandata malgrado l’auto di lusso e le donne sedute dietro. È stato un piccolo lampo, una cosa che avevi raccontato in uno di quei giorni di fumo. Non sono tante le occasioni divertenti, e quasi tutte raccolte nella memoria. Da quando sei via le cose si succedono con poca poesia, anche quella strappata alla dismissione quotidiana della gioia di vivere di questo Paese smarrito.
Hai fatto bene a schivare gli affanni per tempo, ti avrei visto male con mascherine e punture in sovrannumero, ma poi magari ne avresti fatto una qualche opera all’aperto, a sfidare il chiuso del mondo.
Non stiamo male, non tutti, ci è concessa una libertà condizionata, ma la casa dei ragazzi è stata distrutta nella notte e ora girano in strada, aggrappati tra di loro per non lasciarsi morire, derisi, scherniti e additati. Un giorno una ragazza d’Oltralpe mi ha detto che noi stiamo nella parte sbagliata del Paese, aveva un passeggino con una bimbetta e parlava italiano, veniva da un sud poverissimo. Eppure ha detto proprio così: la parte sbagliata. Volevo dirle che noi abbiamo il sole e la luce e loro lì, la nebbia, e una lingua catarrosa. Ma sono stato zitto, meglio così.
Cosa faccio io? Mi disinteresso e mi oppongo scrivendo, senza direzione, con quella mancanza di rigore che non piaceva nemmeno a te. Ma va bene, disperdo i pensieri, almeno loro non sono imbrigliati in progetti o spazi definiti che ogni giorno vengono allestiti per tenerci serrati; del resto una libertà condizionata è sempre soggetta a regole. Basta saperlo e non sperare, con questo calendario stabilito non più dalle vecchie usanze religiose ma da quelle scientifiche. Non so cosa sia meglio, o peggio, e nemmeno mi interessa, di certo è un’evoluzione del bisogno meschino di calcolare il tempo, anche lui in libertà vigilata, poveraccio.
Ti sembra che mi stia lamentando? Ebbene no, sembra assurdo ma non mi manca niente, forse qualche soldo, ma del resto era così anche nei giorni nostri e quindi so barcamenarmi. Il mondo è avvolto dalla noia, io pure, ma ne ho fatto una compagna, un vuoto da riempire senza affanno nel quale le mie parole scritte prendono una forma svincolata. Naturalmente a terra restano rottami, di cose e persone, forse maschere sputi insulti, ma utilizzo anche questi scarti per opposizione, incompresa e necessaria, lontana dall’occhio severo della vigilanza, un anfratto che il bracciale elettronico non riesce a localizzare.
L’Anno Secondo sta per compiere il suo giro, tornando a capo, ma proprio adesso sento colpi di martello in un cantiere e immagino che si vada avanti, anche se so che non è così. Questo Paese senza odori è inscalfibile, precipita abbracciato con convinzione alle solite cose che ben conosci. Abbagli. Ma quel metro quadrato di terra ideale che volevamo regalare a Cuba è ancora al suo posto e intanto che aspetto vi cresce silenzioso un albero.
Quando passerai, mi troverai lì, in quell’ombra.

gene


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