Il dottor Dopifascia, un luminare nel campo della psichiatria, si era recato a Puerto Varas. In vacanza, aveva detto a tutti, ma in realtà perché incuriosito dalla colonia tedesca che lì si era stabilita fin dagli inizi del Novecento e che aveva intenzione di aiutare con le sue conoscenze. A furia di visionare casi di umani scossi dalle follie, il professor Dopifascia si era fabbricato una morale a prova di bomba, dove lui era in cima alle miserie umane e non se ne faceva contagiare, come se stesse su un piedistallo innalzato sopra una montagna di rifiuti. Da buon cultore della conservazione divina della specie, conteneva in sé granelli di fascino per la Germania anteguerra, quando in base a teorie castali c’era chi era parte di una razza eletta e chi invece – la massa – covava in sé una qualche e pesante turpitudine. Per lui, che se ne occupava da studioso, la soluzione migliore per le deviazioni era la cura tramite le sperimentazioni oppure la semplice eliminazione. Che non poteva applicare perché ormai la società si era evoluta e non permetteva più ciò che considerava torture o esecuzioni arbitrarie, ma che per lui erano normali contributi alla scienza tesa al miglioramento della razza umana.

A Puerto Varas, non appena vi giunse dopo la trasvolata oceanica e un breve tragitto in taxi, trovò ciò che si aspettava: insegne di pensioni e negozi con nomi di proprietari di origine germanica: Hofmann, Steinmüller, Gradenbacher. Che spiccavano tra le misere attività cilene di pesce e cereali, retaggio della subcultura Mapuche. Intrecciò subito relazioni sociali con l’alta società teutonica e si inserì con facilità nella facoltà di studi accademici, che verteva e aveva il suo punto d’onore nella ricerca sulle menomazioni genetiche della società indigena attraverso i tratti fisiognomici.
Il dottor Dopifascia aveva i capelli scuri e gli occhi azzurri, aspetto che secondo lui era comunque un retaggio della sua nobiltà razziale. Alla facoltà di anatomia venne aggregato come depositario della scienza d’oltremare, quella della purezza della razza ariana. Vi si sezionavano i corpi degli indigeni locali, che recavano chiare tracce di tare ereditarie e miserie evolutive.
Un giorno, coperto da un lenzuolo bianco, gli presentarono un corpo, dissero, di uno straniero dimorante in uno di quegli ammassi di baracche di legno ai margini della città e che viveva lì da molti anni, definito come esempio perfetto della minorità e che aveva chiuso i suoi giorni nella miseria morale e sociale. Morto a causa dei suoi disturbi psichiatrici, ritrovato in una fanghiglia nei pressi del porto lacuale e considerato l’esempio dell’abiezione massima, senza vestiti e con chiari segni di percosse. Dopo un lungo discorso introduttivo sula pietà e l’orrore che simili individui suscitavano nelle comunità, e aver messo al corrente dei pericoli della commistione tra la purezza e il peccato, il professor Dopifascia sollevò il lenzuolo per comprovare la teoria. Gli apparve il volto di un uomo di mezza età coi capelli scuri e gli occhi aperti e azzurri che lo guardavano dal baratro della morte e un ghigno a tagliarne il volto beffardo.
Il dottor Dopifascia scomparve durante il viaggio di ritorno in nave.
gene
Postilla
Ci sono due cose nella vita per le quali non saremo mai preparati: i gemelli.
Josh Billings
