
Col fucile in mano e in testa quella sua berretta di lana verde coronata di foglie secche che ha cominciato a tenere anche a letto, si volta e mi fa: Spero che ritorna presto l’era del cinghiale bianco.
Okay, gli dico.
Poi andiamo avanti e lui mi lascia in un silenzio dove la citazione sgrammaticata di Battiato perde tutto il poco senso che ha sempre contenuto anche da precisa. Saranno ormai le dieci del mattino e gli alberi sfilano prosciugati come spettri. Pestando foglie traditrici (c’è sempre un sasso o un buco quando meno te lo aspetti, come nella vita del resto) mi sento marcire i piedi e quanto mai l’ho seguito in questa battuta, che doveva essere sanguinosa e invece è solo noia. Mi sono fatto alcune riflessioni, ma poi ho dovuto ammettere di non aver capito nulla, né del cinghiale bianco né del fatto che lui l’abbia buttata lì, lui che mi sembra fermamente rimasto alla madonnina dai riccioli d’oro da cantare in qualche situazione rustica dove il massimo della filosofia è prendersela con disoccupati e drogati. Aggrappati in gruppo cacofonico.
Che poi spara anche male, anzi, sparerebbe, nel caso qualcosa si muovesse. Credo che non si esprimesse in italiano da quando spiegò a due della pola, verso le quattro del mattino e con l’uno virgola cinque per mille, che lui andava a trovare la madre e in fondo si scusava, ma le urgenze sono urgenze. Alla ferma opposizione di uno dei due, che gli intimò di lasciare l’auto lì dov’era e che lo avrebbero riportato a casa (forse da sua madre), rispose con un fulmineo ritorno alla lingua originale: Nei a cheghèe. Che gli sommò in aggiunta un multone per insulti all’autorità, anche se la pola in toto non capì veramente il significato, bastò la faccia.
Io penso che mi mangio un salamino, gli dico, veramente prostrato dal tedio di quella mattinata di niente.
S’i sen el tof i scapa, maja noto e fa cito, mi fa profondamente indignato, ma sottovoce. Non gli basta che da una settimana usiamo gli stessi vestiti per sapere di selvatico, schivando il sapone come peste, no, ora neanche il salamino. Gli dico di andare avanti e vada come vada, io aspetto qua. Mette su un’aria veramente affranta, da attore mancato che nella caccia ha trovato la sua vocazione, e alla quale non credo minimamente, poi si volta e senza una parola scompare tra i noccioli secchi e scioperanti contro l’inverno.
Sono lì che prendo il coraggio e tolgo la pelle al salamino e non mi salta fuori un cinghiale? Mi guarda come si guarda un parente e poi trotterella via. Ci metto una decina di minuti per riprendere a respirare bene.
Lui torna dopo un mucchio di ore, durante le quali ho anche dormito e sognato stranezze tipo case adorne di gigli e malinconie per un amore passato. Gli dico subito della bestia: Era un cinghiale bianco, cazzo!
Un misto di compassione e stupore gli si dipinge sulla faccia, come in certi film degli anni Trenta.
U sarà stacc om porscel, chele besc-cie salvadiga ilé la ghé mighi, mi fa, ondeggiando il testone, sprigionando la vocina che si usa per spiegare a un bimbo tardo, chiudendo poi la breve, e secondo lui incontestabile, reprimenda con un “Beu meno”, che pare anche a me definitivo come poco altro.
Da allora non ci salutiamo neanche più.
gene
