tuttologia in direzione contraria

L’agguato

Il campo è tutto una buca, una dopo l’altra, ma nel pomeriggio si può ancora giocare. Usciamo di soppiatto, fingendo di andare al cesso per non farci bloccare dagli adulti. Poi suonano le sirene e dobbiamo rientrare sottoterra e un po’ avviliti aspettiamo il giorno che verrà per continuare la partita.
Mi vergogno quasi a dirlo: giochiamo a baseball in un paese di calcio e hockey.
Mi sono fatto una mira notevole e un braccio elastico che produce svariati effetti alla palla. Con i buchi di adesso bisogna stare attenti ai piedi. Quanto alle mani, nessun problema. Con la mazza me la cavo meno bene, Stanislav invece è un campione. Ci alleniamo anche nel rifugio, ma senza palla e senza mazza, solo fingendo, altrimenti è un casino.
La notte è la peggiore, esplosioni vicinissime e il cigolio spaventoso dei carri.
Il mattino sembra sospinto dal fracasso che entra nel rifugio dalla presa d’aria. Le vibrazioni fanno cadere le mensole e i bambini più piccoli piangono così tanto da prendere i nervi peggio che il frastuono là fuori.
Stanislav mi dice Andiamo. Dobbiamo farli smettere. Ha in mano una molotov e sotto la giacca intuisco la mazza. Mi metto in tasca la palla e prendo anch’io una molotov, ce ne sono tre casse piene e due in meno non saranno mica un problema.
Dallo spioncino della porta si vede un carro col cannone girato a sud. Quei pachidermi sono ciechi, vedono solo davanti.
Apro la porta e tiro la palla dritta con tutta la forza. Il carro sussulta tra le buche del campo, il colpo arriva sulla torretta e il mostro si ferma, come punto da un moscerino. Si alza una botola, spunta una testa e la mia molotov tutta fiammeggiante è già nell’aria, un tiro curvo che si infila tra la testa e il vano. Il soldato viene lanciato in aria dalla pressione del fuoco e rotola in una buca. Stanislav corre come alla conquista di una base e mentre il soldato sta per rialzarsi gli sferra un drive sul viso, in bello stile, con le ginocchia piegate e la mazza che sembra avere una vita sua. Guarda per un secondo l’inferno di fiamme che si scatena e poi corre a casa base. Il soldato si è rialzato, ma è malfermo. Prendo la molotov di Stanislav, la accendo e la lancio. Esplode ai piedi del soldato che in pochi secondi è una torcia. Si dimena, barcolla per alcuni passi e finalmente crolla. Immobile. Non un grido. È orribile, tutto.
Rientriamo di nascosto e andiamo a sederci in fondo al rifugio, per piangere nel silenzio. La mazza e la palla sono inservibili, il campo è distrutto, penso.

gene


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