Adesso ne ho piene le balle. Esclamazione, eh che cazzo. Piantato lì lavoro e amici per un cretino che comanda con le mani impastate di nivea. Me lo ricordo la prima volta che venne in caserma, con una confezione di schiuma da barba e gillette per tutti. Oh, ho pensato, che cazzo vuole questo qua? Non poteva portare un salamino o un biscotto? No, un kit per rasarsi, neanche fossimo mongoli. Naturalmente, caporali e tenenti tutti riverenti. Il capitano addirittura con quei pantaloni da una volta all’anno con la piega e gli occhi lucidi senza sapere perché, il bambo. Mi sono detto: Gene, lascia perdere, ié torleri. Solo che i torleri vogliono mandarci oltre il confine con il fucile.
Partiamo di notte, neanche ai gufi verrebbe in mente di marciare alla carlona verso non si sa cosa. Un nemico ci hanno detto, anzi, ha detto il Torleri Supremo che comanda tutti i belli e i brutti farabutti. Che poi non pareva neanche un torleri, con i suoi discorsi da padre della patria, senza grandi o apparenti mire d’espansione: si limitava, o sembrava limitato, a discorsi dell’Ottocento e del Novecento, su identità e fierezza e stronzate così. Però bisognava capirlo, noi cretini, che erano secoli riempiti di merda. E invece no, giù a credergli al Torleri, lustro come una tolla di olio e chi se ne frega se rancido.
Sta di fatto che ora siamo qua su ‘sto rugabi a nafta che se non facciamo attenzione ci scarica il monossido in cabina. Dove lo prendiamo il carburante? Chi lo sa. C’è sempre un altro camion di disgraziati che ci segue con le taniche, cioè, due mezzi per sostenerne uno che a sua volta si cerca di capire a cosa serva. Bon, abbiamo il cannone, ma se non spariamo cosa cazzo andiamo in giro a fare? Tanto vale.
Ogni tanto passa qualche donna con due o tre bambini o qualche vecchio con la moglie e un carretto: cosa facciamo, li bombardiamo? Sì, okay, per forza che poi i prossimi che incontriamo ci scacciano indignati e noi non sappiamo neanche cosa dire. Neanche l’acqua ci danno.
Ne ho piene le balle. Ora dormo e invece di sognare splendide conquiste d’amore mi invadono rumori e puzza di idrocarburi. No, giuro: sento anche gli odori in sonno, ziobil. Così non si va avanti. Donne e motori una beata mazza.
Stamattina ci hanno scacciati dal giardino di una casetta che stava in piedi per miracolo tra le rovine. Andate via, siete peggio dei nazisti, ci hanno detto un vecchio e una vecchia. Avevamo fame e non è che si può bere dal serbatoio del camion che ci segue. Cosa vuoi dire a gente così, che tra l’altro è a casa sua? Niente, siamo andati via con la nostra ferraglia, col buco nello stomaco.
E lì, per la prima volta, ho pensato: molliamo il catorcio e torniamo indietro e che si fotta il Torleri e quelli come lui. Ci vuole il coraggio del pettirosso, come diceva Maggiani, che non so cosa voglia dire ma mi piace.

Così sono arrivato a piedi fin qua, al mio paese sperduto tra le montagne, dove i trattori funzionano ancora e il Settebello conta, mica come una tanica piena che si svuoterà lasciandoti a piedi nel non so dove. Qualcuno mi guarda male, con i vestiti mimetici del cazzo che mi porto addosso assieme alla puzza di scappamento. Vado in stalla e trovo le salopette del Nono e me le infilo, che tanto lui è morto contento al contrario di me che vivo ancora piuttosto infelice, alquanto.
Un nipote dei fascisti della seconda guerra circola ancora, ignaro, e si picca perfino di dirmi cosa ci faccio lì. Ma io non sono all’oscuro, mio padre me ne ha raccontate di cose. Gli mollo un ceffone al quale lui non sa opporre che una pericolosa aria da vittima.
Vado a cercare la Dele a casa sua, ma sul campanello il suo nome non c’è, si è sposata, mi dice un tizio, e allora mi siedo sotto un platano in piazza che forse passa qualche motorino per portarsi via il mio dispiacere. Invece transita solo il Miniet contromano, in bici con la caviglia destra storta sul pedale e pare un disgraziato sul Ventoux a quarantacinque all’ombra. Ci sto un paio d’ore e con somma lentezza di pensiero mi accorgo che i pochi elementi che appaiono sono o bimbi spauriti, o altri vecchi come il Miniet, o donne furtive dal passo obliquo. Non rombano auto e neanche moto, il vibrare viene solo dal cielo e sono aerei che vanno e vengono come le malattie.
Siamo messi bene.
Cammino fino al municipio, di soppiatto, e guardo dalla finestra. Dentro c’è solo il Dani terribilmente invecchiato, prono su qualcosa che potrebbe essere una macchina per scrivere. Faccio per entrare, ma la porta è chiusa e allora premo il campanello. Il Dani si sporge da giù in fondo al corridoio, mi vede, mi riconosce, bene, ottimo. Mi aspetto che venga ad aprire per accogliermi come l’amico di sempre e invece richiude. È quasi buio. Che faccio ora?
Vado a Ca’ dal Geni, qualcuno ci sarà be’ no? No. L’osteria è chiusa e intanto che perdo tempo a rimuginare, concentrato come se dovessi tirare un rigore, il mondo viaggia a tempo di record e due militari mi hanno già afferrato per le braccia, gettato a terra, ammanettato. Mica li ho sentiti quegli stronzi.
Mi trascinano al municipio e stavolta il Dani apre la porta con una cazzo di solerzia da ufficio immigrazione, senza neanche guardarmi. La macchina per scrivere, lo vedo, è una telescrivente dei tempi di Argante Righetti. I due stronzi mi affondano su una sedia e nel silenzio che piomba posso sentire il palpito della cistifellea, ammesso che palpiti. Li ha chiamati lui, ne sono certo.
Non è che mi vengano grandi discorsi, anzi. Il Dani si siede alla sua merdosa scrivania, le ho sempre odiate quelle scene lì di quando un qualsiasi imbrattacarte mi chiede, che so, la tessera della cassamalati o la dichiarazione delle imposte. Non mi avvalgo neanche della domanda più ovvia: che cazzo succede? Lo so bene cosa succede: la guerra cambia le persone, gli amici, gli amori, le parentele, le vicinanze. Tutti contro tutti, per salvare quel che resta della pelle. Il Dani ha la casa nuova e due figlie piccole, io sono un pericolo e le zingarate sono sepolte.
Scemo io a confidare nell’anima ribelle del mio paese. Per fortuna i miei sono tutti morti, sarebbe stato troppo farsi tradire anche da loro.
Sei tu il traditore, dice uno dei due alle mie spalle, sbriciolando il silenzio senza eco degli uffici angusti. Non mi spingo a pensare che mi legga nella mente, ma decido che per loro sarà dura, specialmente per il Dani: da qualche parte deve pur prudergli la coscienza in nome di quella nostra antica fratellanza che lui sembra riporre nelle sue fogne personali battendo sui tasti. Ne risulterà un bel verbale da spedire con vanto al Comitato Centrale che lo incasellerà tra i mille dimenticati dei campi di lavoro. Ora lo so che si mette male, ma so anche come fare.
Vogliono i complici, i disertori come me. Snocciolo a memoria i nomi che ricordo e i due impongono al Dani di trascriverli. Ovvio che lui sia perplesso, li conosce quei nomi, tutta gente morta da decenni, i complici. Ma lui si china sul verbale, forse più ligio a quello che alla verità, in questa storia che è un’accozzaglia di menzogne.
Poi non parlo più e cominciano ceffoni e calci intercalati da domande, spesso assurde, fino alla mesta liberazione del burocratico “L’indagato tace o non sa”, buttato lì dal Dani con un lampo negli occhi che gli riconosco. I due mi strappano dalla sedia e mi trascinano nello scantinato. Nel pieno della notte, ammanettato alla gamba del tavolo, sobbalzo dal mio sonno senza gloria. Due tonfi, la porta si apre, il Dani con una sega a telaio entra e si mette a tagliare la gamba, quella del tavolo intendo, con una destrezza da segretario che irriterebbe anche un bambino. Con la gamba penzolante in mano pianto due legnate di regalo sulle teste dei due stronzi a terra e seguo il Dani su per le scale, fuori dalla porta, nella strada, verso il buio. Il motorino lo guido io, lui non sa nemmeno andare in bici. Via per sempre senza sapere per dove, fino alla fine della benzina e oltre.
gene (tempo di guerra)
