
Si levano il vestito della domenica, quello della messa del mattino, lo ripiegano con cura nel sottoscala di Ca’ dal Geni e si mettono maglia pantaloncini e calzettoni. È una grande emozione, tutta roba nuova comprata dall’ambulante Manfredi con una colletta. Vanno sulla strada che dall’osteria porta al campo con una fierezza inusitata, anche se le donne, nel vederli passare, un po’ sogghignano e un po’ commentano l’arcuare di gambe fin lì sconosciute. Alla processione si aggiungono i bambini che cercano di toccare le uniformi. Le strisce rosse e verdi danno l’idea di papaveri nell’erba, il bianco delle braghette fa un po’ chierici. Qualcuno ha un fazzoletto in testa, come se fosse l’ora del terseu di settembre e non invece l’appuntamento con la storia.
La strada si fa sentiero tra acquitrini e robinie, le scarpe ticchettano sui ciottoli e ogni tanto qualcuno rischia di strambare. Tra le ultime betulle, al limitare della campagna e sotto una montagna che incombe da sempre con le sue frane, eccolo il campaccio, il Campirasc. Appezzamento di pascolo tra sassi e ginestre, ora è il campo da calcio con le porte e le righe. Ci sono state parecchie discussioni sull’inutilità del gioco, con tutto ciò che c’è da fare con le bestie e i prati.
Per togliere quel pezzettino alla coltivazione e convertirlo al gioco c’è voluta, oltre a pich e pala, l’arringa del Sgiuanin, el me pa’.
“Con tutu la robo ch’a gam in giir, almen chilé am finiit da scarpinas par chel ch’l’é me e chel ch’l’é te. El Campirasc l’è da tucc quagn. Par sempre”.
A sud del campo, el Campirasc di tutti, ci sono le biciclette degli avversari. Giunti di là dal Tasin, il grande fiume, sono già pronti in campo e si passano la palla con tutta la maestria possibile per impressionare. Hanno colori granata e blu. La calce delle righe è accecante. Il profumo dell’uva arriva fino a qua. Nessuno si saluta. Prima di cominciare c’è un silenzio che neanche le mucche nel prato di fianco osano violare. L’arbitro ha i pantaloni lunghi, la cravatta e gli scarponi.
Nessuno sa dei mondiali vinti un anno prima dall’Uruguay. Hanno studiato le regole su un sussidiario consegnato dalla federazione qualche mese fa. Termini inglesi, cristo as capis noto. Opsai, Bech, Alf, Centralf, Penatich.
“Ag guà pasala a cui con la maja ‘me la too e ag guà butala den pala reet”, convengono in linea teorica.
Viene giù quella pioggia settembrina e impaltati come sono non si distinguono più le maglie e neanche le facce. Alla fine, la processione di ritorno è una festa puzzolente. Si lavano in piazza, agli abbeveratoi delle bestie, tornano in mutande a Ca’ dal Geni, si asciugano con le tovaglie, rimettono i vestiti della festa e bevono fino a notte fonda, fino a quando hanno la forza di cantare. Tra l’altro hanno anche vinto, sei a tre o sei a quattro.
La storia è cominciata bene.
gene (Novecento)
