Ora basta, si dice Janos in una sera d’aprile, quando tenta un colpo di tacco e il pallone gli si ingarbuglia tra le caviglie. Se lo dice mentre sta cadendo, non ci vogliono che tre decimi di secondo, ma in quei tre decimi di secondo c’è mezzo secolo. Nemmeno la nuova maglia celeste lo tratterrà, sul dorso porta uno stranissimo numero 60 e gli sembra l’ultima spiaggia di una navigazione sfinita, seppur trendy nei nuovi colori del calcio del 2022.
Va avanti lo stesso per una decina di minuti di straniamento, dove il risultato e le coperture non hanno valore, come un capello che cade senza rumore. Poi finisce il primo tempo, si beve un isotonico come se dovesse ancora spaccare il mondo, ma è solo un rimasuglio d’abitudine. Esce dallo spogliatoio e si siede in panchina, da solo. Non verrà più richiamato in campo, forse si sono accorti che la cosa chiude lì. Ha ancora qualche sussulto ai gol, tre o quattro, un po’ di qua e un po’ di là, poi finisce la partita.
Torna nello spogliatoio, toglie calzettoni, maglia e pantaloncini, li ripiega quasi immacolati, si lava, mangia una banana, non parla, esce, va alla buvette, beve una birra, mangia alcune chips, saluta con qualche ciao e torna a casa nella notte con l’auto della macelleria del Pietro, seduto di fianco. Parlano di politica e prima di scendere Janos lo dice: non gioco più. Bevono ancora una birra al Quadri, il Pietro lo capisce, anche lui è in battuta.
Ecco, tutto qua, non fa neanche male. Non fa niente.
gene




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