tuttologia in direzione contraria

Nota di canzone

Di come a volte nascono le cose, quelle che interessano solo a noi e per questo così preziose

Questa canzone, La sèe, è nata in un giorno di maggio del 2020, o forse aprile, in mezzo al cumulo di noia e dispiacere in cui ero stato relegato, come tutti, a causa del confinamento. In quei mesi, niente calcio, niente lavoro, ma pure tanto tempo vuoto che ha favorito il lavoro di scrittore (in quantità di sicuro, della qualità non ho certezze).
Quel giorno di maggio, o aprile, mentre strimpellavo la chitarra imitando la voce nasale e inarrivabile di Dylan, in inglese inventato, ho trovato un giro di accordi che mi piaceva, una cosa da peone della chitarra. Dato che non so leggere la musica, mi sono registrato con il telefonino. Lì mi è venuta l’idea (grande eh?) di farci un testo che stesse a tempo con la melodia, che si contenesse bello preciso, in metrica, insomma. Ma in che lingua? Beh, parlo, penso e impreco in dialetto (di Preonzo), la soluzione era quella. Poi, dato che i temi di quel momento storico erano l’incertezza e la clausura (e la morte, la malattia, e via con le catastrofi), ho pensato di parlarne. Dell’abbandono al quale siamo costretti tutti almeno una volta nella vita, una casa, un amore, un lavoro, la morte; della malinconia dell’ultimo sguardo, degli odori e dei colori, dei ricordi (la cenere, le rose, la credenza); delle cose da portare (due foto); delle radici da tagliare col coltello; della fuga; dell’ignoto a cui siamo sospinti, con paura (i sassi per difendersi) e speranza (il sale per l’amicizia).
Non ci ho messo molto, tutte le cose che ho elencato si sono messe in cammino per conto loro e alla fine si sono radunate e zac, la canzone è nata. Nata rifuggendo gli stereotipi della nostra espressione popolare – fiorellini e nostalgia, bei tempi e sottintesi, quante amenità illusorie -, evitando la banalizzazione del dialetto, quella da slogan che ne avvilisce la furente nobiltà popolare. Tutte le mie idee fisse, i miei aneliti, l’irrequietezza, i timori, la malinconia, la fiducia, la testardaggine, l’impulsività e la convinzione che andare vale la pena. Con coraggio, sì. Tre minuti per cose di una vita.
Poi il mio amico Lio Morandi di Rorè, l’ha sentita e l’ha voluta registrare nel suo studio, suonando la chitarra, che lo sa fare benissimo e certo meglio di me. Un bel pomeriggio di gran caldo e birre. Pochi mesi fa, infine, un altro amico, Pietro Delfino, tecnico del suono a Zurigo, mi ha chiesto se poteva metterci qualcosa e ci ha fatto un giro di basso.
Questa somma di idee, dilatate nel tempo e nello spazio, questa collettività dei cuori e della voglia, beh, mi commuovono, sempre. Non sono stato nella pelle per lungo tempo. E credo non sia finita, il Lio ha in mente batteria e banjo, certo non nei tempi frenetici del mondo, forse tra un anno.
Ho scritto quattro romanzi, centinaia di poesie, eppure quella piccola canzone è come se avesse condensato tutto il mio mondo di musica e sogni, dagli anni Sessanta a oggi, con le passioni estreme da Hendrix a Vittorio Castelnuovo. Tutti i miei eroi mi hanno visitato, pacche sulle spalle e per ognuno un brindisi. Ho abbracciato Dylan, ovviamente, il Nobel che ha riscattato tutti noi libertari e irregolari.
Mi sembra di averla fatta lunga, quindi smetto e ciao. Ascoltatemi, vorrei sopravvivermi anche così, con in man La sèe, e in piraca i sass.

gene

Postilla

A faghi el giir da cà
e a ghé più gnisun
A veri den la porto e
a rabombo la mii vous

A parli daparmì
gnan la cardense
la rasponn

A ghé più ‘l tof
da reus e gelsomin

Scendre
sgerada
in do camin

Sarèe l’us e nèe
fin sgiù in carèe
par videi da mighi
fas copèe
Sarèe l’us e nèe
fin sgiù in carèe
in piraca i sas
e in man la sèe

A cati scià dui strasc
e do fotografii
A branchi ‘l falscet
par tajèe vii i radiis

A sughi sù i pianell
da l’acqua
di mè ecc

Am volti più indré
a ghé noto da vardèe

Mou quatro pas
e peu
camolèe

Sarèe l’us e nèe
fin sgiù in carèe
par videi da mighi
fas copèe
Sarèe l’us e nèe
fin sgiù in carèe
in piraca i sas
e in man la sèe


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