Alpe Arami, 17 giugno 2022

Il libro di Matteo Beltrami è attraente. Che sembra una non-parola, una di quelle che servono per rintanarsi in un non-parere. Non è così. Cercate Fatima Ribeiro! (Edizioni Ulivo) è attraente perché calamita lo sguardo del lettore attraverso le parole, e con gli occhi puntati come fari si viaggia attraverso le pagine. Come per le strade sconosciute di una grande città si arriva alla zona di confine che potrebbe essere una periferia opposta a quella dalla quale si è partiti ma che ne contiene quasi le stesse ombre. La storia, il viaggio, non sfiora quasi mai il centro di questa città immaginaria, non si dilunga in didascalie turistiche patinate, ma ti fa trascinare i piedi in diversi tipi di melma: corruzione, malaffare, violenza, depressione, sostanze nocive, rapporti ambigui o contrastanti con sé stessi e con gli altri. Il protagonista, per esempio, è un uomo alla deriva al quale viene affidata una complessa possibilità di uscire dal buco dove tenta di interrare la sua vita e lui l’afferra, dapprima controvoglia e poi con acume e coraggio, sorretto da un’incosciente coscienza che si fa etica.
Un giallo dunque? Un noir? Un thriller? In parte sì, nella trama, però con un’atmosfera alla Dürrenmatt che destruttura la lacca brillante della nostra terra mostrandone le rughe e le cicatrici.
Beltrami si appoggia a un mondo sociale che conosce e nel quale lavora da anni per allestire uno svolgimento che deve qualcosa a Sergio Leone: una partenza in campo lungo e silenziosa, e poi un susseguirsi di colpi di scena dove l’antieroe Darko, questo il nome del protagonista, sembra l’Eastwood de Gli spietati, dove un tizio alleva un paio di maiali nel nulla della prateria americana assieme al suo giovanissimo figlio e viene strappato al suo ritiro dal mondo per essere catapultato in una storia di violenza e riscatto che sembra oltrepassare le sue arrugginite possibilità di uomo deluso da sé stesso e del suo passato da pistolero. Darko è invece un cuoco, fallito, che si trova costretto a rispolverare una vaga istruzione da detective, e in certi passi è esilarante la sua inettitudine, prima di cambiare marcia e farsi quasi spietato pure lui.
Il paragone con il cinema è dovuto a un taglio di scrittura che da prosa si fa sceneggiatura, sorretta da dialoghi fitti e movimenti repentini, con giochi di luce e inquadrature a determinarne il ritmo sincopato. Gli altri personaggi di Beltrami attorniano e sorreggono, spesso contrastano e addirittura combattono questo riluttante e accasciato Darko, fino a quando lui si rimette in piedi e comincia a camminare da solo nelle periferie accennate prima e cercando di liberarsi dalla periferia della sua anima scheggiata, mettendo a dura prova il suo coraggio e la sua fragilità, ma con un’ostinazione che lo sospinge fuori dai suoi presunti limiti, verso una redenzione (forse).
Da attraente, il romanzo diventa quasi epico, seppur con un sottofondo picaresco ineludibile (tutti i personaggi sono difettosi) e nel quale il Caso che aiuta gli audaci si manifesta negli snodi decisivi. Ci sono rapporti umani che scendono nelle viscere, tra la merda e i battiti del cuore, tra il sonno innaturale e la veglia ansiosa, tra la repulsione e una certa idea di onestà traballante da frapporre al Male.
Matteo Beltrami, nel solco tracciato dalla vocazione che la letteratura persegue, ci offre qualcosa di sé, una visione del mondo e il modo per raccontarla, in un necessario intreccio con la fantasia e la creatività.
Chiunque scriva un testo merita rispetto, prima che si vada in gregge nell’esaltazione acritica, nel dileggio ignorante o nell’indifferenza codarda, le tre degenerazioni con cui la letteratura lotta cercando di non soccombere, come un’umile lucertola al cospetto di un drago.
gene
