
Vi arrivavano in quel luogo conducendo le bestie in primavera, da Cavergno alla Terra di Foroglio. Vi sostavano per qualche settimana e poi via, ancora più su, verso gli alpi della Calnègia e della Bavona, fino alla discesa d’autunno. Non so rimirassero la cascata con sguardo romantico, non c’ero e dai racconti non esce traccia. Forse la benedivano per l’acqua, spesso la maledicevano per il suo assommarsi alle piene devastanti che lanciavano pietre e alberi nei letti incontinenti. Il ponticello dalla mulattiera al paese pericolava a ogni cambio di stagione con le sue fiumane, e spesso gli abitanti erano tagliati fuori dal mondo (successe anche alla Maddalena che stava là con il suo bimbo di pochi mesi e me lo ha raccontato).
In tempi di guerra vi dedicò qualche fotogramma anche Leni Riefenstahl, la pubblicista di Hitler che poi si arrampicò in una difesa artistica delle immagini anche peggiore dell’opera.
La transumanza finì, troppo difficile e povera. Che fare della cascata? Beh, è bella, disse qualcuno. E la voce si sparse, stava arrivando l’ora del turismo, delle riattazioni da vacanza. Si ripristinò a scopi didattici e paesaggistici il sentiero della Transumanza, ma accolse da allora solo quella degli umani, con qualche cagnolino al seguito a fare da decorazione. Tutto venne messo in sicurezza, grazie anche all’arrivo dell’idroelettrico che prosciugò il corso del fiume. Per poco non si prosciugò anche la cascata, ma il progetto di sbarramento delle acque non si realizzò, grazie anche alla ferma opposizione di Plinio Martini, figlio di quella Terra.
Si rifece anche il ponte che oggi è di un bel cemento armato e ferro. Non andò alla deriva quasi più nulla e Franco Lafranca vi fece un’opera sul sasso che si vede nella foto. Continenti alla deriva: una cartella calcografica con lo stampo del sasso e le parole di Alessandro Martini, il poeta. Una targa in rame corrosa ad arte e incisa venne posta sul sasso, imbullonata come se dovesse partire per lo spazio. Alcuni anni dopo la targa sparì, un continente alla deriva, forse vittima delle acque o della mano maligna di un umano. Il sasso però è ancora lì e se la piena fosse stata così forte da strappare la lastra, allora avrebbe spazzato via anche il sasso.
Adesso resta la cascata, libera solo in apparenza. In realtà imprigionata negli smartphone come una fiera allo zoo, senza altra utilità che farsi bella per gli ohhhh distratti dei passanti. Non fa più paura, non indica la via degli alpi per le bestie, non fa sospirare di fatica. Non fa più niente. È reclusa nei cuori distratti e nelle menti dimentiche.
Per guardarla meglio e in modo organizzato hanno costruito un bel parcheggio, a pagamento. Lo spettacolo però è gratis.
gene

