
La maestra fa, subitissimo:
Bentornati in questo luogo di sapere che si chiama scuola. Iacomo, vieni alla cattedra e recitami la poesia che vi avevo dato da imparare a memoria.
Iacomo si alza e va alla cattedra e senza indugio declama:
Tittullu: Iamasfinìo!
Poi prosegue più blando in un silenzio stupefatto.
Porsiempre chiarro eifu eso elmo chiole,
y esa sceisa, que da tanta apparte
de lo ultimerrimo urizzone lo guardo eschiulude
Tambien setando y mirando, nofinitimai
espazi da là da chele, y superumanni
citti, y sproffonnissimma queta
Yo in do pensei a parensi; aloche tan pocco
el chero si stremisce nunca. I me el uindo
udo frusar ni esti arbori, yo chelo
iamasfinìo citto a chesta vousa
ando compara’: y am ragordo l’eternitto,
y le crapade staccioni, y la aquipressente
y vivvante, y el dlindlon de eia. Iscì intrachesta
imensitau u neghe lo soppensiero migo:
Y lo nufragghio tambien dulsetto en esto stomarre.
La maestra era svenuta quasi subito, circa a eschiulude, ma nessuno le ha badato fino alla fine della poesia, che è accolta da qualche applauso sconcertato. La maestra riapre gli occhi con una stanchezza che le vacanze avrebbero dovuto cancellarle e si rialza avvilita. Iacomo è ancora lì, fiero.
Posso sapere cos’è quella cosa che hai cominciato a recitare? Io vi avevo dato l’Infinito…
Ya, siertamente! Iamasfinìo! Traduccione de migomè.
La maestra sviene di nuovo, Iacomo va al posto.
gene (tiempo de ecolla)
Postilla
La versione del tizio di Recanati
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
